Phillip e Brandon strangolano con una corda (da qui il titolo originale, Rope) il loro amico David per il puro piacere di commettere un delitto e farla franca e nascondono il suo corpo in una cassapanca in salotto, sulla quale apparecchiano la tavola per il party che stanno per ospitare, a cui sono invitati i genitori di David, la sua fidanzata, il suo ex migliore amico e un loro ex professore universitario, Rupert, interpretato da James Stewart. Anche David è atteso alla festa e la sua assenza, man mano che la serata procede, desta i sospetti di Rupert che, improvvisatosi detective, comincia a fare domande sempre più scomode, minando l’apparente sicurezza dello spavaldo Brandon e logorando i nervi del già pentito Phillip.

Nodo alla gola detiene una serie di primati nella carriera di Alfred Hitchcock: è il suo primo film a colori, il primo del quale è non solo regista ma anche produttore e il primo del suo sodalizio con James Stewart. Più di tutto, però, è un film sperimentale e pionieristico dal punto di vista tecnico: l’ambizione di Hitchcock era realizzare un film che desse l’illusione di essere stato girato tutto in una volta, come a teatro. Nel film, come su un palcoscenico, il tempo della storia coincide perfettamente con il tempo del racconto e tutta l’azione si svolge nel corso di un’unica serata e si concentra in un solo luogo, l’appartamento dei due protagonisti. Il progetto di realizzare Nodo alla gola interamente in piano sequenza era quantomai ambizioso perché le macchine da presa dell’epoca non consentivano di girare un intero film senza stacchi di montaggio; ciò fa sì che il film sia in realtà composto da più piani sequenza montati tra loro come se fossero un’unica ripresa continua; il tradizionale montaggio viene sostituito da zoom e carrelli che guidano lo sguardo dello spettatore, creando un effetto solo parzialmente teatrale ed è questo scarso realismo che fu più volte rimproverato a Hitchcock.

Con il tempo, però, Nodo alla gola è stato rivalutato e anzi tuttora amato proprio per la sua originalità tecnica. All’epoca della sua uscita, l’aspetto che maggiormente indispettì diversi spettatori era il rapporto omosessuale tra i due protagonisti, che già era stato notevolmente epurato rispetto al testo originale QUALE? ma che rimane evidente seppur mai palesato; una scelta, questa, di estrema modernità ma anche di forte rischio per un film uscito nel 1948. Si tratta, del resto, di un aspetto fondante della psicologia dei due personaggi e del rapporto di potere che li lega: è questa sudditanza psicologica di Phillip nei confronti di Brandon che fa sì che sia il primo l’esecutore materiale dell’assassinio, ispirato, o meglio plagiato, dal secondo.

Malgrado il doppiaggio italiano tenti di camuffare l’omicidio in un atto di legittima difesa, il gesto dei due assassini è premeditato e anzi frutto di una teorizzazione: è lo stesso Rupert che ai tempi della scuola ha inculcato nei due ragazzi la teoria secondo la quale l’omicidio sia «un crimine per molti ma un’arte per pochi», riservato a coloro che godono di una superiorità intellettuale che li eleva al di sopra delle leggi della moralità. È dunque la convinzione della propria non ordinarietà che legittima gli omicidi a eliminare chi per loro è invece l’essere ordinario per eccellenza: «I David di questo mondo non fanno che occupare spazio ed è per questo che lui era la vittima perfetta per il delitto perfetto».

E se l’omicidio di David è un’opera d’arte, il banchetto apparecchiato sul suo cadavere, con tanto di candele, trasforma l’opera in un capolavoro: la cena diventa un rito sacro per celebrare il proprio successo e beffarsi, oltre che della vittima, anche della sua famiglia e dei suoi amici, tutti massimi esempi di ordinarietà. Senonché l’opera d’arte senza uno spettatore non è che una crosta, l’artista ha bisogno di un pubblico che ammiri il suo genio ed è qui che sta la sua debolezza e anche la sua condanna.

Isabella Perron

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