Un bambino con un fucile, la neve tutto intorno, un colpo improvviso. È il flashback che apre il film di Martin Hodara in cui un uomo, ormai trasferitosi in Spagna, torna con la moglie incinta in Argentina a seguito della morte del padre. Marcos e Sabrina si accingono alla svolta lieta della loro vita, ma prima devono affrontare il passato dell’uomo: le disposizioni del padre per le sue ceneri, da deporre vicino al piccolo figlio Juan morto in un incidente di caccia decenni prima; la grossa offerta di una compagnia mineraria per acquistare i terreni paterni in Patagonia; i rapporti con il fratello Salvador, che non sente da anni, e che in quei possedimenti vive isolato da tutti. E che non ha nessuna intenzione di vendere la sua parte (anche a causa di quel fratellino, sepolto proprio lì). Man mano, come flash della memoria di Marcos, vediamo altri momenti di quel tragico fatto che sconvolse la famiglia, già abbandonata dalla madre: la sorella Sabrina impazzì e vive ora in uno ospedale psichiatrico, il padre violento incolpò Salvador, si riuscì a far credere a polizia e giornali che a uccidere fosse stata una valanga. Ma cosa avvenne quel giorno? Quali rancori separano i due fratelli, e chi deve perdonare l’altro?

Lo schema del film di Hodara è abbastanza classico: i drammi su famiglie sconvolte da una tragedia, con annessi segreti più o meno rimossi, sono piuttosto frequenti al cinema. In questa opera seconda i caratteri sono ben tratteggiati e agevolati da un’ambientazione, isolata e immersa nella neve, alquanto sinistra (grazie anche a un’ottima fotografia). Ne deriva un buon noir, in cui i vari frammenti del mistero un po’ si chiariscono e un po’ no; fino ai colpi di scena finali che svelano un fosco passato e disegnano un futuro non meno inquietante. Ma, come tanti film argentini degli ultimi quindici anni, il punto forte è Ricardo Darìn (Il segreto dei suoi occhi, Cosa piove dal cielo?, Storie pazzesche, Truman), gigante ormai del cinema internazionale qui in un’inedita versione trasandata, con barba e capelli lunghi, e occhi da folle. Anche se l’impressione è che manchi qualcosa a Neve nera, che a tratti ricorda altri film recenti (come l’altrettanto cupo La isla minima, ma senza la stessa urgenza di apologo morale e storico) ma forse si appoggia troppo al cliché della famiglia “malata” per rimanere impresso. O forse dosa meno bene di quanto si dovrebbe gli elementi del thriller, soprattutto nel finale. In ogni caso rimane un buon film, che fino all’ultimo tiene desta l’attenzione dello spettatore e la sua curiosità di venire a capo dei misteri e dei segreti di Marcos e Salvador. Lasciando, alla fine, l’amaro in bocca per un epilogo crudo in cui la verità lascerà il passo alla convenienza.

Antonio Autieri