Con il suo nuovo film Nessun dolore – presentato un paio di settimane fa in anteprima all’83ª Mostra del Cinema di Venezia -, l’81enne Gianni Amelio prova a posizionarsi al centro del caldissimo dibattito sul tema dell’immigrazione in Italia e lo fa con una sorta di esperimento mentale, un gioco psicologico nel quale la sospensione dell’incredulità è portata talmente agli estremi da confondere lo spettatore sul reale oggetto del racconto, sul gioco che il regista vuole giocare e sulle regole che è disposto a mettere in campo per portate avanti la partita.
Ma facciamo un passo indietro: un libraio trentenne allontana un bambino senzatetto per strada e ne causa accidentalmente la morte. Il rimorso lo divora, si rende conto di un’alterità – quella degli immigrati irregolari homeless di Roma – fino a quel momento ignorata completamente e, ferito, decide di accogliere in casa una giovane donna algerina bisognosa di un tetto. Traballante la premessa, scricchiolante la messa in scena, ma cosa non si fa per raccontare una bella storia di redenzione?
I problemi iniziano però ad appesantire ogni livello dell’apparato filmico nel momento in cui, per amore della propria tesi, la scrittura prende la direzione della semplificazione più assoluta, della suddivisione manichea tra “loro” e “noi”, imponendo un livello di realtà secondo la quale gli emarginati sono innanzitutto tutti nordafricani, categoricamente tutti “buoni” (ma comunque rappresentati solo attraverso i più beceri luoghi comuni), mentre il male si annida in altre classi sociali: quelle di chi non legge i libri e di chi si è assimilato al capitalismo dei bianchi privilegiati, ovvero la categoria dalla quale Davide sta disperatamente tentando di fuggire. Cavalcando questa retorica povera di spessore e costruita a tavolino per far passare il messaggio di un’integrazione impossibile, il film di Amelio perde credibilità sin da subito, portando lo spettatore a domandarsi, durante la visione, quale sarà la prossima battuta fuori posto, quale la successiva interazione forzata tra i protagonisti, in che punto si potrà trovare l’ennesima dinamica paradossale. Nessun dolore trascina poi dentro questo processo anche i suoi attori protagonisti, con un Alessandro Borghi mai così sottotono e fuori luogo e una Valeria Golino priva di spessore e costantemente ridotta ad espediente didascalico.
Letizia Cilea