Il titolo del documentario è mutuato da un termine gergale dell’IDF (Israeli Defence Forces, le Forze Armate israeliane) per indicare il numero stimato di vittime civili in una potenziale area di attacco a Gaza. Per colpire un singolo presunto membro di Hamas con un attacco di droni, le forze armate considerano accettabile che ci siano cinque o sei vittime civili (NAZA) e con un massimo ipotetico di venti soggetti, prima che sorgano dubbi sull’efficacia dell’operazione.
Un informatore anonimo, intervistato dal giornalista e regista Yuval Abraham sul tetto di un edificio a Tel Aviv, con il volto e la voce oscurati digitalmente per timore di ritorsioni, descrive un episodio in cui è stata autorizzata una missione di bombardamento con droni che ha raso al suolo un intero quartiere per eliminare un singolo obiettivo; i civili uccisi, si stima siano stati circa cinquecento. La voce dell’informatore è spezzata dalla vergogna e dalla rabbia. Ed è solo uno dei ventiquattro intervistati, appartenenti alle unità speciali di intelligence e guida droni dell’IDF, che rivelano azioni altrettanto inquietanti nel film proiettato a Venezia, un’opera di giornalismo investigativo di fondamentale importanza e di portata imponente, scritta e diretta da Yuval Abraham e Rachel Szor (già autori di No Other Land).
I dettagli precisi che il film espone sulla strategia israeliana e sulla politica bellica a Gaza, per quanto atroci, non sorprenderanno chi ha seguito altre inchieste di giornalisti israeliani e palestinesi. Tra gli argomenti trattati dal documentario c’è il sistema di intelligenza artificiale “Lavender”, un algoritmo di “data scraping” (letteralmente “raschiamento dati”) utilizzato per identificare migliaia di probabili membri di Hamas da colpire con i droni, che secondo un informatore ha un margine di errore del 15%. In altri momenti, veniamo a conoscenza del programma “Dov’è papà?”, utilizzato in combinazione con l’intercettazione telefonica e la sorveglianza di massa, per individuare i bersagli nelle loro case, in base alle comunicazioni private dei loro familiari; il che, nella maggior parte dei casi, porta ad attacchi che sterminano intere famiglie e i loro contatti telefonici (fossero anche il barbiere o l’idraulico). Ci sono poi le “zone di annientamento”: vaste aree di territorio sorvegliate a distanza in cui i soldati israeliani hanno l’ordine di uccidere a vista qualsiasi palestinese, donne e bambini inclusi. Infine, c’è il “Dipartimento Bibi” dell’intelligence militare, incaricato di preservare la “legittimità internazionale” di Israele, prendendo di mira (attraverso il ricatto o mezzi più fisici) chiunque, palestinese o israeliano, sia sospettato di fornire informazioni compromettenti agli investigatori internazionali.
Le schiette affermazioni interne sulla strategia israeliana sembrano confermare ciò che è evidente da anni a osservatori e critici: la distruzione di massa delle infrastrutture, l’uccisione di civili e il rifiuto selettivo di fornire cibo e aiuti a Gaza, il tutto con il pretesto di schiacciare Hamas, fanno parte di un piano più ampio per terrorizzare i due milioni di palestinesi residenti nella Striscia e costringerli ad abbandonare una terra ormai desolata, mortale e inabitabile. Una pulizia etnica che riecheggia le strategie impiegate dalle fazioni sioniste più aggressive fin dalla guerra del 1948.
Le confessioni di partecipanti di bassa forza a crimini di guerra, che lottano per accettare – o negare – la propria complicità, descrivono un tabù imposto dai loro superiori che impedisce di mettere in discussione gli ordini, anche mentre assistono a massacri. Esprimono una disumanizzazione del nemico così completa da non rendersene conto nemmeno loro stessi, come quando un informatore che insiste sul fatto che “nessuno nella mia unità odia gli arabi” sembra perplesso al solo pensiero di essere perseguitato dai civili arabi che ha ucciso. Alcuni adottano un tono dissociativo nel descrivere le loro uccisioni a distanza, basate sulla quantità piuttosto che sulla qualità: è quello che “loro” o “noi” stavano facendo, non “io”, e se non lo facevo io, avrebbe potuto benissimo essere qualcun altro. Altri non usano mezzi termini, con un individuo che dichiara senza esitazione che la campagna di Gaza è un “genocidio”. La sua confessione descrive un’educazione familiare e sociale radicata nel ricordo dell’Olocausto, che ora fatica a conciliare con la sua complicità nella fame di massa e nello sterminio di famiglie.
La stessa città di Tel Aviv è il personaggio principale e il simbolo operativo di NAZA. Quasi ogni scena è composta da conversazioni in penombra, riprese di profilo, tra Abraham e i suoi vari informatori, sullo sfondo di inquadrature di edifici. Vediamo insegne al neon, locali e persone che si muovono nei loro appartamenti, con la televisione sintonizzata sui canali di notizie che mostrano l’attualità.
La sinistra tranquillità di queste interviste, periodicamente interrotta dai lanci di razzi da Gaza che non causano vittime, è contrapposta ai crudi resoconti di morte e distruzione che si susseguono lungo la stessa costa: due città distanti poche decine di chilometri, una ricca dei frutti della supremazia economica e militare, l’altra un vero e proprio campo di battaglia per le nascenti tecnologie di morte, dove case, luoghi di lavoro e vite umane sono solo cifre su un foglio di calcolo, spuntate e cancellate. Attraverso inquadrature di repertorio, filmati d’archivio e domande incisive, Abraham e Szor contestualizzano la brutalità di Gaza non solo attraverso il trauma collettivo del 7 ottobre, ma anche attraverso un sistematico annullamento, che dura da generazioni, dei soggetti palestinesi dalle narrazioni storiche e dai mass media, rendendo fin troppo facile la loro continua cancellazione dalla terra e dalla coscienza.
Gli anonimi responsabili delle sparatorie intervistati per il film sono per lo più tecnici istruiti, appartenenti a una classe medio alta, il cui contatto con il campo di battaglia avviene attraverso la sicurezza di un monitor, a chilometri di distanza. «È come un videogioco», dichiara un informatore, sottolineando l’insidiosa e attrattiva struttura quasi ludica, fatta di missioni, obiettivi e feedback visivi. E questi uomini e donne non vivono sotto il giogo di uno spietato dittatore, ma in una democrazia liberale, la forma di governo che si ritiene renda impensabile persino l’idea di un genocidio. Ognuno di questi individui parla di sterminio di massa usando la logica del mondo degli affari, della burocrazia e della stessa guerra al terrorismo che usano gli Stati Uniti. Quello che ci passa davanti è il connubio tra alta tecnologia e nazionalismo sfrenato. Il potenziale disumanizzante dei moderni sistemi di controllo esercitato da potenti che non hanno più limiti, né morali né legali.
Beppe Musicco
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