Il suo nome dirà poco ai giovani appassionati, ma ai cultori della miglior stagione del cinema italiano la scomparsa di Franco Interlenghi – avvenuta lo scorso 10 settembre a Roma, all’età di 83 anni – fa ricordare quell’attore dalla carriera particolare, certo non clamorosa eppure legata ad alcuni film indimenticabili. A cominciare dal primo, Sciuscià di Vittorio De Sica (1947): preso a 15 anni senza alcuna esperienza dal regista di Ladri di biciclette, Interlenghi divenne un volto per sempre associato a uno dei capolavori del Neorealismo (la storia triste e toccante di un’amicizia tra due ragazzini nel contesto di miseria del dopoguerra). Quasi un simbolo. E come tutti i simboli, forse troppo condizionato da quell’esordio; per quanto la sua carriera proseguì con un certo slancio con tanti film e collaborazioni con grandi registi. Pochi anni dopo era infatti protagonista o comprimario di pellicole in cui recitava la parte di giovane innamorato, irrequieto o irrisolto, sicuramente uno dei “belli” di una stagione che trascolorò nel cosiddetto – e poco amato dalla critica – “Neorealismo rosa” ma con momenti importanti anche nel più prestigioso cinema d’autore. Tra i tanti film, ricordiamo Domenica d’agosto di Luciano Emmer (1949), Don Camillo di Julien Duvivier (1952), I vitelloni di Federico Fellini (1953), I vinti di Michelangelo Antonioni (1953), Gli eroi della domenica di Mario Camerini (1953), Giovani mariti di Mauro Bolognini (1958). Meno felice la seconda parte della sua carriera cinematografica, cui però alternò il lavoro a teatro soprattutto con la regia di Luchino Visconti. Tra le sue ultime partecipazioni al cinema – a parte le numerose serie tv – Romanzo criminale (2004) di Michele Placido e Notte prima degli esami – Oggi (2007) di Fausto Brizzi.
Per chi scrive, oltre che a Sciuscià, Interlenghi è senza dubbio legato a I vitelloni, film troppo spesso associato nel ricordo dei più unicamente alla celeberrima, e divertentissima, scena di Alberto Sordi che apostrofa volgarmente un gruppo di lavoratori. Un film imitatissimo sull’irresolutezza di un gruppo di ragazzi in una città di provincia: la Rimini di Fellini, di cui quel Moraldo/Interlenghi era l’evidente alter ego (anticipo dei personaggi poi interpretati da Marcello Mastroianni, in La dolce vita e Otto e mezzo, in cui Fellini nascondeva se stesso). La scena finale, con Moraldo che abbandona la città natia e mentalmente in treno passa in rassegna gli amici che sta lasciando, è sicuramente una delle più belle di tutto il nostro cinema. Merito anche del volto smarrito di Interlenghi, gonfio di tristezza e incerto sul futuro che lo attende.