Nato sulla scia del successo di Venom, altro film dedicato a uno dei villain storici nemici di Spiderman (di cui Sony detiene i diritti insieme alla Marvel), Morbius è a tutti gli effetti un veicolo per il suo protagonista, Jared Leto, noto per il suo trasformismo e che per il mondo dei cinecomic ha prestato il suo volto (adeguatamente mascherato) anche al Joker della DC.

Anche se sia Spiderman che Batman hanno riportato al cinema il pubblico delle grandi occasioni in una generale crisi post pandemica, sono in molti a lamentare una certa stanchezza nel mondo dei cinecomic e non sarà certo il dottore malato che cerca la cura miracolosa con un audace esperimento genetico a invertire la tendenza.

Una canonica quanto frettolosa backstory setta sia la genialità del dolorante protagonista (che ripara con la molla di una penna una complicata macchina per la pulizia del sangue) che l’amicizia con l’altrettanto malato ma non altrettanto buono Mylo (Matt Smith, che prova a dare un po’ di vita ad un personaggio totalmente bidimensionale). Bullizzati dai ragazzi della scuola vicina e consci del poco tempo che il destino ha loro destinato, entrambi intelligentissimi, da grandi finiscono uno per guadagnarsi (e rifiutare) il premio Nobel per le sue ricerche sul sangue, l’altro per accumulare miliardi con cui finanziare l’amico. A vegliare su di loro il medico buono Jared Harris, che dopo Chernobyl è abbonato alle parti dello scienziato saggio ma sfortunato e qui ha poco con cui lavorare. Lo stesso può dirsi di un po’ tutti i personaggi di contorno.
Incerto tra una caratterizzazione più borderline (Morbius è pronto a violare i confini della scienza riconosciuta per salvare la vita a se stesso e ad altri) e mille passi indietro quando il nostro finisce per lasciarsi dietro una scia di corpi dissanguati (solo cattivi però, degli anonimi mercenari non fanno conto per i sensi di colpa) e prova in tutti i modi ad addomesticare il male che cresce dentro di sé, il film diretto da Daniel Espinosa non propone mai davvero dilemmi memorabili e anche in termini di effetti e spettacolarità lascia molto a desiderare.
Venom aveva dalla sua, oltre ad un’interpretazione ispiratissima di Tom Hardy, un tono scherzoso che soprattutto nel primo film del franchise riscattava una storia non particolarmente originale. Qui l’umorismo latita e il nostro (anti)eroe si prende sempre troppo sul serio, mentre la polizia indaga come se avesse consapevolezza di trovarsi dentro la storia di un fumetto e il pubblico fatica a trovare qualcosa a cui affezionarsi.

Il finale allude in modo un po’ forzato ad un sequel con possibili incroci con l’universo di Spiderman e dello stesso Venom, quando probabilmente sarebbe stata una buona idea far smettere di soffrire anche il “vampiro vivente” una volta per tutte.

Laura Cotta Ramosino

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