Una Madonna di Michelangelo, un polittico fiammingo, un quadro di Rembrandt valgono tanto da sacrificare la vita di un uomo per salvarli dall’oblio e dalla distruzione? Cosa significa la perdita di pezzi da museo per quanto prestigiosi di fronte all’annientamento di milioni di vite umane nei combattimenti e nei campi di concentramento? Questi sono gli interrogativi con cui si apre e si chiude il quinto film da regista di George Clooney, che si è tanto appassionato al progetto da volerlo produrre e interpretare raccogliendo attorno a sé un cast di prim’ordine in grado di vincere le prevedibili resistenze dei capi degli Studios di fronte a un “film sull’arte”. Le vicende raccontate nel film si ispirano al memoir sull’argomento scritto dagli originali monuments men, che sul finire del secondo conflitto mondiale scesero in campo per salvare opere d’arte d’ogni genere non solo dalle razzie dei tedeschi in fuga e dalle mire non proprio limpide dei russi, ma anche dai bombardamenti degli alleati (opportunamente il personaggio di Clooney, il tenente Stokes, ricorda la distruzione di Montecassino e il rischio corso dall’Ultima cena di Leonardo).

Ottime intenzioni dunque che al dunque però si concretizzano in una pellicola che, se non manca di momenti di umorismo e qua e là di commozione, nel complesso soffre di un’impostazione un po’ ingenua (Clooney dice di essersi ispirato alle pellicole di guerra anni Cinquanta e Sessanta, tipo I cannoni di Navarone, ma purtroppo finisce per trasmettere più l’anacronismo che le qualità dei suoi modelli) e di una certa mancanza di tensione, incerto tra lo sposare una retorica meritoria ma un po’ passé oppure virare verso un tono più umoristico-canagliesco. I sei uomini del “commando” in difesa dell’arte, uomini di cultura frettolosamente riconvertiti in soldati, si aggirano goffamente nei pressi del fronte correndo da un posto all’altro per capire dove diavolo i nazisti abbiano nascosto la loro refurtiva o, nel caso del personaggio di Matt Damon, spendono mesi a Parigi con l’unico apparente effetto di corteggiare la bella curatrice di musei francese che custodisce l’elenco delle opere rubate e di riappendere un quadro nell’appartamento di una famiglia ebrea deportata. Quando ottengono dei successi il tutto sembra avvenire un po’ per caso o per un colpo di fortuna (come il fortunoso incontro con l’ufficiale nazista fuggitivo che si tiene un Monet della collezione Rotschild sopra il caminetto…). Pure il regista-sceneggiatore, del resto, deve aver sentito che i suoi proclami sul ruolo dell’arte nella sopravvivenza della civiltà avevano qualcosa di poco urgente se nel mezzo di un maxi recupero di pezzi preziosi in una miniera di sale ha ritenuto necessario aggiungere il ritrovamento di un bidone pieno di otturazioni d’oro provenienti da un campo di concentramento. Da questo punto di vista, paradossalmente il personaggio più riuscito, a dispetto del fatto di essere l’unico non famoso del gruppetto, è quello del giovane soldato ebreo di origine tedesca che sottoterra vede per la prima volta il Rembrandt che a causa delle leggi razziali non aveva mai visto da bambino.

La simpatia e l’impegno del gruppetto e l’umorismo profuso a piene mani, alla fine, fanno passare sopra una caratterizzazione approssimativa dei personaggi (in particolare dell’inglese del gruppo, ex alcolizzato in cerca di riscatto che sacrifica la vita per la Madonna di Michelangelo di Bruges), anche se in questo modo l’irrompere della tragedia risulta quasi straniante. E se qualcuno potrebbe legittimamente sospettare di trovarsi di fronte al proprio maestro di scuola elementare quando si sentirà ripetere per l’ennesima volta quanto sia importante l’arte per l’uomo, basterà ricordarsi dei popcorn per godersi uno spettacolone in stile vecchia Hollywood senza neppure un grammo di cinismo.

Laura Cotta Ramosino