Dopo un video in cui il CEO dell’azienda Monolith presenta l’ultimo modello di auto futuribile e super sicura, vediamo la protagonista mettersi alla guida di una di queste “meraviglie” tecnologiche. Sandra, ancora giovane e bella, è un’ex cantante di successo: voce di un gruppo musicale che ora va avanti senza di lei, ha lasciato le scene dopo la nascita del figlioletto David. Il marito discografico che la scoprì è sempre in giro, risponde poco al telefono, sembra assente. Sandra, vittima di mille ansie e frustrazioni (appena vede una ragazzina alterna invidia e gelosia per un marito immaginato al centro di mille tentazioni), sta andando a trovare i genitori di lui con il suo bambino – che non la chiama mai “mamma” ma sempre per nome – a bordo di un’automobile con mille diavolerie tecnologiche, voluta dal marito Carl per proteggere moglie e figlio da ogni pericolo, intrusione, incidente. Ma quando, dopo una telefonata, a Sandra viene il sospetto che il consorte abbia un’amante tanto che inverte la direzione del veicolo per «fargli una sorpresa», una serie di errori e sfortune (a partire dall’investimento di un cervo) la portano in una strada buia e desolata, e fanno sì che lei sia fuori dal mezzo quando il bambino si chiude dentro ermeticamente… L’indomani l’auto, che non si può aprire in nessun modo dall’esterno senza il cellulare (rimasto nell’abitacolo), diventerà incandescente quando il sole picchierà duro. E il piccolo David, oltre tutto rivestito di una pesante tutina “da orso”, rischierà la pelle. Senza contare gli altri pericoli “normali” per Sandra, dalla sete agli animali selvatici… Come salvare il figlio?

Trasposizione dell’omonimo fumetto di Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo (ma in realtà film e fumetto sono stati ideati in contemporanea), il film diretto da Ivan Silvestrini non a caso è prodotto per la prima volta da Sergio Bonelli Editore insieme a Sky. Un film breve, realizzato negli Usa con (pochi) attori americani, ma che dal punto di vista produttivo e creativo è completamente italiano. Un po’ come il recente Mine di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro: anche in quel caso c’era per lunghi tratti un solo personaggio/attore sulla scena, che combatteva con pericoli naturali e non, ed era assalito da allucinazioni varie. Le differenze, non da poco, sono almeno due: il budget ridotto (che sembra concentrato su effetti e soluzioni tecnologiche) ha reso il film davvero povero e frettoloso;  in particolare, qui gli attori sono modesti, compresa la protagonista. Arnie Hammer era un’altra cosa… Soprattutto, Monolith  si riduce al concept dell’auto del futuro pericolosa e del bambino che ne è prigioniero; uno spunto molto “stiracchiato” che a tratti fa parere lungo un film che non raggiunge l’ora e mezza. Quanto alla riflessione sul dominio della macchina sull’uomo, Monolith aggiunge poco a quanto già raccontato dal cinema. Quando, all’inizio, Sandra dialoga con la voce “intelligente” Lilith si pensa che la cosa avrà sviluppi interessanti. Così non è.

Il film si fa apprezzare lo stesso per il coraggio dell’impresa, che si inserisce in un filone di recenti produzioni italiane che tentano di rinnovare il nostro cinema giocando sui “generi” (qui siamo dalle parti del thriller/action futuribile) e con storie internazionali; anche con onesti B movie, come questo potrebbe essere archiviato con benevolenza. Ma il film ha troppe inverosimiglianze (il bambino resiste incredibilmente, pur svenuto da due giorni in un’auto diventata un forno; senza contare quel che succede nel finale…), e i soliloqui di Sandra, o i suoi rari dialoghi al telefono o con il figlio (che non la capisce) non hanno mai spessore; anche se bisogna ammettere che Monolith l’attenzione dello spettatore riesce in qualche modo a tenerla. Silvestrini, al terzo film, ha sicuramente doti tecniche da buon regista. Auguriamoci possa avere storie e sceneggiature più robuste in futuro, dopo questo tentativo più intrigante per l’idea di partenza che per il suo esito complessivo.

Antonio Autieri