In concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e uscito in poche sale il 1° dicembre, Monica racconta la storia di una donna trans che ritorna a casa dopo una lunga assenza per recuperare un legame con la madre malata, che l’aveva allontanata da casa e lasciata a sé stessi anni prima proprio a causa delle sue scelte di vita.

Diretto da Andrea Pallaoro, già noto per il film Hannah (in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2017) e attivo per lo più negli Stati Uniti, dietro Monica c’è la vicenda autobiografica della malattia e morte della madre del regista, un evento che ha portato l’autore a ragionare sulla questione dell’abbandono, della necessità di trovare un’identità, e dell’inevitabile trasformazione di corpo, mente e relazioni umane nel corso della vita. Sotteso a ogni fase della narrazione c’è poi il tema della transizione di genere: un nodo cruciale per la comprensione della relazione tra i personaggi, attorno al quale si struttura l’intero racconto e si problematizza la psicologia della protagonista stessa.

La condizione psicologica, fisica e sociale di Monica diventano dunque occasione per mettere in scena questioni esistenziali e relazionali, con un’attenzione alla corporeità, per l’appunto, delle figure principali – ottime Trace Lysette e Patricia Clarkson nei panni di Monica e della madre – e forse con un certo eccesso di enfasi su alcune dinamiche narrative, che finiscono per risultare ridondanti e faticose per gli spettatori. Il dilungarsi dei (vari) finali poi non aiuta a portare a termine la visione, e anche se va onorata la volontà di mettere a tema alcune questioni di interesse sociale di non poco peso nel mondo di oggi, l’opera nel suo complesso risulta mancante di una verve di fondo che le avrebbe attribuito di certo un ritmo ben diverso.

Letizia Cilea