«Non vedete più il bello dell’altro» dice una psicoterapeuta alla coppia di coniugi in crisi: Andrea e Sofia sono tesi, si guardano in cagnesco, si buttano addosso quello che non sopportano dell’altro. Lei ha avuto da poco il secondo figlio e si sente grassa, non compresa dal coniuge che ha mille pretese su di lei; lui non si sente amato, è respinto (sessualmente) dalla moglie, lavora tanto ma ci tiene ai figli che anzi imputa alla moglie di curare poco (e ovviamente lei pensa il contrario…). All’ennesimo litigio fa capolino la parola divorzio, con angoscia del figlioletto maggiore. Sul lavoro, Sofia è pronta per un suo spazio in un programma della tv per cui lavora; mentre Andrea, neurochirurgo, in ospedale un po’ fa il medico e un po’ – dice lei – lo “scienziato pazzo”. Ovvero, con un collega porta avanti una ricerca rivoluzionaria, grazie a una macchina da lui progettata che può leggere i pensieri. Una sera ha l’infelice idea di testarla a casa: collega con fili ed elettrodi la propria testa e quella della moglie, ma un corto circuito causa l’imponderabile. Tornata la luce, ognuno si trova “nei panni dell’altro”: che fare?

Lo spunto sulla carta non è originalissimo, e ricorda commedie americane che su questi paradossi ci sguazzano. E anche lo sviluppo è abbastanza prevedibile, ma Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak divertono e si divertono in questo scambio di ruoli, che non tiene conto delle caratteristiche precedenti lo scambio (lei era una dura, Favino “donna” non lo è per niente; lui era insicuro, quando entra nei panni della Smutniak prende sicurezza) ma il film a un certo punto imbastirà anche una spiegazione per questo aspetto. Ma ovviamente non è così importante la coerenza in un film del genere, perché si deve stare al gioco: e se ci si sta, indubbiamente molte gag sono divertenti, anche se non sempre finissime: Favino / Sofia si muove come se avesse i capelli lunghi (se li sposta e tiene di lato in una divertente scena in bagno, appena subito lo choc…), sviene in sala operatoria, maltratta la baby sitter che era invaghita di Andrea; Smutniak / Andrea traballa sui tacchi, rutta, cerca di convincere di quanto avvenuto il collega inseparabile (che non sopporta Sofia…), soprattutto va nella trasmissione dalla parte delle donne e fa un disastro.  Ovviamente molte situazioni riguardano l’aspetto intimo (anche perché si riaccende la passione tra i due; mentre lo scambio di genitali prima spiazza e poi intriga…).

Altrettanto ovviamente, esauriti i fuochi d’artificio, il film un po’ si siede nella parte che vorrebbe essere più profonda, tra nuove incomprensioni (ognuno “vede” cosa pensava e faceva l’altro, in flashback) e il difficile tentativo di utilizzare l’incidente per comprendersi di più. Ma l’opera prima di Simone Godano ci sembra comunque una buona commedia, divertente il giusto e senza troppe pretese: la morale è scoperta ma non pesante, per capirsi bisogna acquisire anche il punto di vista di chi si ha accanto. Soprattutto, come si diceva, il punto forte sono i due protagonisti e anche alcuni comprimari, su tutti Valerio Aprea già visto nella serie Boris e nei due Smetto quando voglio, prodotto da quel Matteo Rovere (anche regista di Veloce come il vento), qui in veste di coproduttore.

Antonio Autieri