L’incipit è intrigante: una figura di donna riempie un siringa e ne inietta il contenuto ad un uomo. In un cinema di Londra un uomo (Max Irons) vede un cinegiornale (in pieno stile Quarto Potere) dove viene comunicata la morte del miliardario Aristide Leonidas. L’uomo del cinema torna nel suo ufficio, è un detective privato: ad attenderlo c’è una bellissima fanciulla (Stefanie Martini), lui la conosce e la saluta, è la signorina Leonidas.  Il detective poi andrà ad indagare nella dimora di famiglia, un gotico maniero nella campagna inglese (ambientazione perfetta per uno o più delitti), in famiglia sono tutti potenziali assassini e qualcuno di loro lo è davvero, emergeranno segreti, scandali, ecc… fino all’imprevedibile colpo di scena finale.

Adattamento del romanzo È un problema (che l’autrice riteneva il suo miglior romanzo) della regina del giallo Agatha Christie, una scrittrice che sta a cuore a numerosi lettori in tutto il mondo, da sempre saccheggiata per il grande e il piccolo schermo, e nuovamente suoi nostri schermi tra breve con Assassino sull’Orient Express.  La Christie è una scrittrice molto difficile da adattare in maniera fedele, di trasposizioni (tra cinema e tv) se ne contano 151 e di queste solo tre sono veramente memorabili: Dieci piccoli indiani (1945, di Rene Clair), Testimone d’accusa (1957, di Billy Wilder) e Assassino sull’Orient Express (1974, di Sideny Lumet). Questa volta la sceneggiatura è stata scritta dal regista assieme a Julian Fellowes, sceneggiatore di Downtown Abbey e premio Oscar per Gosford Park, infatti i dialoghi sono frizzanti e i personaggi ben delineati; aiuta certamente un cast “britsh” di alto livello, Glenn Close come matriarca, Terence Stamp come commissario e i due giovani quasi esordienti protagonisti Stefanie Martini e Max Irons (figlio di Jeremy).

È un gran piacere vedere scene, come quella della cena, in cui tutti questi personaggi si scannano a vicenda, scene in cui emerge tutta la cattiveria e un’acidità tipicamente inglese, e tipica anche degli scritti della Christie. L’atmosfera da giallo classico c’è tutta, c’è anche la love story e un bel colpo di scena, eppure a fine visione non si rimane totalmente soddisfatti, il film risulta un po’ poco cinematografico. Sicuramente la colpa è in parte proprio del romanzo di partenza: come già detto è difficile adattare i libri di Agatha Christie dove succede poco e si dialoga molto; ma forse la colpa è anche del regista, il francese Gilles Paquet-Brenner (noto soprattutto per La chiave di Sara), che regala certo la giusta atmosfera e delle belle sequenze (oltre al già citato incipit, la sequenza del balletto notturno in cui lo spettatore intuisce chi è l’assassino), ma tra una bella sequenza e l’altra ci sono solo interminabili scene di dialogo, con coppie di personaggi che parlano all’infinito; e gli spettatori poco amanti del genere si possono annoiare. Sembra quindi poco cinematografico, piuttosto un bel film tv sopra le media, più adatto forse ad essere visto su Rete 4” in un pomeriggio invernale con una tazza di tè, che non in una sala cinematografica. Sta di fatto che però chi ama il giallo “british” sicuramente si diverte.

Riccardo Copreni