Come in tutti i film di Aki Kaurismäki, la connotazione geografica del film è puramente simbolica. Le Havre è un porto qualsiasi, che nella sua accezione più profonda diventa rifugio: rifugio per il protagonista, Michel Marx, un uomo semplice e sereno, felice di trascorrere la sua esistenza a fianco di Arletty, moglie tenerissima, e ai vicini di casa, sempre pronti a dare una mano nel momento del bisogno. Rifugio per Idrissa, un giovane clandestino sbucato da un container africano e ricercato dalle autorità, sotto la guida del flemmatico e nerovestito ispettore Monet, ma nascosto dalla benevolenza di Michel e dei suoi amici.

Miracolo a Le Havre è una storia tenera e intrisa di utopia, realizzata con forma unica e inconfondibile cui ci ha abituato Kaurismäki. Poetico, con tocchi di comicità, il regista finlandese ricorda Buster Keaton, un comico che riusciva a essere squisitamente divertente anche senza bisogno di sorridere. Sono piccoli particolari, come lo sguardo deluso del protagonista che per campare fa il lustrascarpe, al vedere che tutti indossano scarpe da tennis o stivali di gomma; o come l’ispettore Monet nell’atto di acquistare un ananas. Il primo fa sorridere coll’eloquio forbito (che serve anche a tener buoni i creditori); il secondo sostituisce alle parole una mimica essenziale ma dai perfetti tempi comici. Il tutto condito dalla confezione tipica di Kaurismäki, un ambiente anacronistico che mescola passato e presente in modo sapientemente bilanciato: il protagonista vivacchia modestissimamente come lustrascarpe ambulante (come egli stesso lo definisce, “il mestiere più vicino al Discorso della Montagna”), sua moglie (Kati Outinen, una costante del regista) è donna tanto affettuosa quanto di scarse parole ed espressioni; l’ispettore guida una Renault dei primi anni ’70; la casa di Michel, senza televisione né telefono, sembra ferma al dopoguerra, come pure le botteghe o il bistrot che frequenta.

I colori appartengono a una tavolozza che si trova solo nei film di Kaurismäki: verdi bottiglia, azzurro oltremare, marroncini, con ogni tanto una macchia di giallo o di rosso che accentua il chiaroscuro delle scene. Così pure i nomi: l’eroe del film si chiama Marx e ha una cagnetta di nome Laika (come il primo animale mandato in orbita dai sovietici). Sua moglie si chiama Arletty (come una famosa attrice) e l’ispettore Monet, in omaggio alla Francia. Ben lontano comunque da ogni connotazione ideologica (ma anche dalla tensione drammatica di alcuni dei suoi film più riusciti), in Miracolo a Le Havre, come in Miracolo a Milano di De Sica, si sogna un paese dove buongiorno voglia dire veramente buongiorno, e anche il più truce tra i tutori dell’ordine nasconda un cuore d’oro.

Beppe Musicco