Potrebbe sembrare curioso che Minari sia uscito nella stessa stagione di Elegia americana: entrambi i film sono ambientati nel sud degli Stati Uniti, entrambi sono autobiografici, entrambi parlano della lotta di una famiglia per superare difficoltà economiche. E, cosa strana in tempi di esasperata correttezza politica, Minari non è nemmeno un melodramma sul razzismo nei confronti delle minoranze asiatiche o sul pregiudizio sconfitto dal coraggio del protagonista. Il film di Lee Isaac Chung è basato sulla sua infanzia di ragazzino nato in Colorado e presto trasferitosi con la famiglia in quel di Lincoln, Arkansas.

Il personaggio che incarna l’autore è il piccolo David (Alan Kin), un bambino di sette anni con una malformazione cardiaca, il cui padre Jacob (Steven Yeun) ha trasferito la famiglia nel rurale stato del Sud per realizzare il suo sogno di diventare un contadino. Un progetto che sembra non aver condiviso con nessuno, specie quando la moglie Monica (Yeri Han) trasecola di fronte al prefabbricato nel mezzo del nulla destinato a diventare la loro casa e quando sente il marito che annuncia alla famiglia (c’è anche la sorella maggiore di David, Anne) di voler piantare un grande orto i cui prodotti saranno rivenduti ai minimarket coreani della zona.

Molto restio a farsi aiutare, alla fine Jacob prende come bracciante Paul (Will Patton), un eccentrico e devoto cristiano evangelico del luogo. Jacob ha il suo american dream, ma la sua indubitabile cura per la famiglia è viziata dalle sue abitudini a comandare ed essere obbedito, ma anche dal non saper reagire a quel che non può controllare (la carenza d’acqua per irrigare, le regole del commercio, e pure la frustrazione della moglie di fronte alla fatica fisica necessaria per tirare avanti in un luogo sperduto e avaro). Come compromesso per alleviare le sofferenze di Monica, Jacob accetta di prendersi in casa la suocera SoonJa (Youn Yuh-Jung, premiata con l’Oscar quale miglior attrice non protagonista). Agli occhi del piccolo David appare difficile che SoonJa sia una “vera” nonna: non sa cucinare, fuma, fa commenti volgari e spesso maliziosi; ma si tira dietro il nipote (spesso carognetta, ma a sei anni chi non lo è stato?) per cercare un luogo dove far crescere il minari, un’erba coreana dai molti usi.

In Minari ci sono momenti da commedia intrecciati con tensioni e tragedie, e con incastri ben riusciti. Proprio come le fatiche di Jacob sono riassunte nelle sue ferite sul lavoro, così il suo approccio inizialmente sprezzante, poi grato alla gente del posto, è nel modo in cui alza gli occhi in modo riconoscente a Paul (Patton in una splendida prova di recitazione, in equilibrio tra l’esagerato e il sensibile), e la comunità evangelica con cui ha più cose in comune di quanto ammetta all’inizio.

Minari è accattivante perché non racconta una storia complicata, ma lascia che le radici e i rami del suo dramma familiare si paragonino alle nostre storie: sarebbe facile classificare il film come un dramma familiare, o una storia di immigrazione, o di crescita, o di rapporto genitori-figli, o come una storia di agricoltura, perché sono tutte queste cose allo stesso tempo. Evitando i grandi momenti emotivi (o guardandoli attraverso gli occhi di personaggi che meno li colgono), Chung non cade mai nel melodramma ricattatorio, ma rende lo spettatore un altro membro della famiglia (ad esempio nelle scene in cui la macchina da presa deve aspettare nel corridoio perché le stanze nella loro singola ampiezza sono troppo piccole per tre adulti, per poi tornare – con un senso di sollievo – in spazi più grandi).

Minari mostra un luogo dove si vuole di più, e si rinuncia a tutto, dove speranza e pragmatismo e disperazione si mescolano fluidamente, dove le notizie migliori e le notizie peggiori arrivano lo stesso giorno, con lo stesso respiro. Come ben sa chi coltiva la terra: a volte il raccolto è buono, a volte puoi perdere tutto, ma vai comunque avanti.

Beppe Musicco