Molto atteso e presentato alla Festa del Cinema di Roma 2020, il film documentario Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli si presenta come un lungo racconto da parte del Capitano della Roma, dagli inizi della sua carriera all’addio lacrimoso sull’erba dell’Olimpico.

In un panorama di documentari (sportivi e non) ormai molto ricco e sofisticato (un riferimento su tutti The Last Dance su Michael Jordan, capace di catturare anche chi di basket non capisce nulla), il film “di” Totti sceglie la strada di una narrazione super lineare e a tutti gli effetti anche un po’ scontata, in cui manca qualunque contrappunto (la voce è solo quella del campione romano e romanista, senza interviste o confronti) e che quindi si risolve in un racconto autocelebrativo, con qualche accennato (ma un po’ fiacco) tentativo di autoironia. Niente di male, per carità: al pubblico dei fan non farà dispiacere; ma forse si poteva osare un filo di più, spiazzando e movimentando la struttura, per catturare anche chi non si accontenta del santino sportivo (e il sostantivo non è scelto a caso visto la celebrazione quasi “cristica” del campione), non limitando a qualche commento introspettivo il lato delle “ombre” e dei dubbi.

Il talento e la “vocazione” non si discutono, l’organizzazione del materiale sì. Ma forse l’idea è di lasciare questo prodotto il ruolo di megafono del Totti pensiero, mentre alla problematizzazione di questa biografia provvederà la fiction televisiva di prossima realizzazione…

Luisa Cotta Ramosino