Amato dal pubblico cinefilo milanese, apprezzato dalla critica, adorato da autori e attori che hanno visto transitare un loro piccolo film, difeso con passione e tenacia da un esercente molto speciale. Mexico! Un cinema alla riscossa è il documentario sul cinema Mexico e soprattutto sul suo proprietario Antonio Sancassani, nome ben noto agli addetti ai lavori non solo del capoluogo lombardo. Cresciuto con la passione del cinema, dopo aver iniziato in un cinema della natia Bellagio ed essersi poi trasferito a Milano dove lavorò per circa 25 anni per un’azienda che gestiva storici locali (come il Durini, oggi chiuso), a fine anni 70 Sancassani decise di rilevare una sala ormai decaduta, appunto il Mexico di via Savona: un tempo zona periferica poco attraente, oggi sede di negozi e show room delle marche di moda più famose (che hanno anche provato a comprare quei locali per espandersi…). La prima svolta fu puntare sul musical come genere e su un’opera particolare: Rocky Horror Picture Show, da trentasei anni programmato in questo cinema (tanto da fregiarsi del titolo di Rocky Horror House, la sua “casa” italiana); l’appuntamento del venerdì sera è un must per chi ama questo cult, che è stato anche rappresentato da attori in versione live in contemporanea alla proiezione (debuttò così con una compagnia amatoriale un giovanissimo Claudio Bisio, che racconta quegli esordi). Ma il cinema ha rischiato spesso di andare in difficoltà: Sancassani ha sempre reagito investendo (prima in affitto, ha acquistato “i muri” per essere proprietario a tutti gli effetti), moltiplicando l’impegno, rifiutando compromessi. Vero indipendente, amante della propria libertà, il coraggioso esercente non ha mai voluto farsi programmare il cinema da altri o entrare in circuiti di sale, scontando la propria indipendenza con i veti di colleghi più potenti (magari a parole contro i monopoli e le rendite di posizione…) che imponevano al distributore o produttore di non fargli avere un determinato film, con l’impossibilità di avere dai distributori certi film desiderati, con tensioni e arrabbiature. Ma decidendo sempre in prima persona il film da presentare al proprio pubblico, di cui ha un rispetto sacrale (chiede ancora, all’uscita, a ogni spettatore se ha apprezzato il film appena visto…).

Poi, dopo l’avvento di multisale e multiplex e la crisi delle monosale, avviene l’ennesima svolta, quella rappresentata dal “caso” del film Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti (per due anni in programmazione), che gli attira definitivamente le simpatie del pubblico milanese e di registi indipendenti che implorano di uscire nel suo cinema – e uno di questi è Michele Rho, regista del documentario, il cui film Cavalli fu programmato dal Mexico – ma anche le invidie di colleghi (le battute su certe sue idee, come la degustazione di formaggi prima di alcune proiezioni del film di Diritti: un’idea geniale, poi copiata da altri) che forse non si capacitano di come quest’uomo, alla sua età, abbia ancora la passione e la tenacia di un ragazzino.

Il film ha una divisione quasi in due parti: una prima parte che racconta l’impresa Mexico, le idee di Sancassani intervistato dal regista («Il mio modo di fare cinema è indipendente e lo sarà finché io sarò al Mexico»), gli apprezzamenti di critici come Maurizio Porro e Paolo Mereghetti, artisti come Luca Bigazzi e Moni Ovadia, la breve storia del cinema storici di Milano con le chiusure dolorose di nomi storici, soprattutto del centro cittadino, la “Broadway” milanese. Spira un po’, ed è un difetto del film, una nostalgia comprensibile che sfocia però in un sentimento negativo sul cinema attuale, a partire dalla stucchevole considerazione di alcuni intervistati delle multisale e dei multiplex come luoghi che corrompono la sacralità del cinema, che impediscono alla Settima arte di essere apprezzata come si deve, fino a una sfiducia perfino sulla vitalità del cinema stesso ai giorni nostri. E invece proprio Sancassani, sicuramente encomiabile nel mantenere in vita una delle ultime monosale cittadine, è la prova provata che il cinema è ancora vivo e può ancora coinvolgere il pubblico; anche con proposte molto difficili (una delle sue imprese: 5 mesi in piena estate con Singolarità di una ragazza bionda, piccolo film del centenario regista portoghese Manoel De Oliveira) che ne hanno rafforzato una precisa identità.

Ma nella seconda parte, il documentario fa un passo indietro e torna sulla storia personale dell’esercente: dalla nascita a Bellagio all’emozione di entrare per la prima volta in una cabina di un cinema, dal desiderio dei genitori che lui facesse un lavoro “serio” come il cuoco o il cameriere alla prima gestione di un cinema nel paese natio (poi mollato, «dopo averci perso tanti soldi»). Fino al grande cruccio di aver perso troppo presto il padre (non aveva ancora sessant’anni) e di non avergli potuto far vedere «le piccole cose che ho realizzato»; ma anche il sentirlo sempre vicino, pronto a sostenerlo nei momenti di difficoltà, e un attaccamento alle proprie radici che commuove (i gradini che portavano alla cascina di famiglia, su cui sentiva ogni sera i passi del padre, mantenuti nel vialetto che porta alla sua casa completamente trasformata per poter ripercorrere i suoi stessi passi…). E poi il racconto di una brutta malattia, che poteva essergli fatale, contro cui Sancassani ha combattuto e vinto: una lotta in cui non si è sentito da solo («mi sono sentito protetto» sembra alludere, forse, al padre), anche grazie al rinnovato impegno per quel Mexico, appena ristrutturato, che gli diede ulteriori forze per combattere il tumore che l’aveva aggredito.

Alla fine ne viene fuori non solo il ritratto di un imprenditore coraggioso e anche geniale, di un appassionato amante del cinema (che, quando si spengono le luci in sala, prova ancora la stessa forte emozione di quando era bambino), di un testardo sognatore. Ma soprattutto di un uomo buono e gentile, dal grande cuore. Come può testimoniare chi ha la fortuna di conoscerlo personalmente.

Antonio Autieri