L’Oriente spiegato agli occidentali da un occidentale. E’ un film poco più che dignitoso e poco meno che suggestivo il kolossal firmato dall’autore di Chicago Rob Marshall. Oltre che del raffinato regista, ex coreografo il cui film d’esordio – Chicago, appunto – portò a casa sei meritati Oscar, è qui irriconoscibile, forse perché assente, anche il tocco del produttore esecutivo Steven Spielberg. Fu proprio Spielberg ad acquistare una decina d’anni fa i diritti del romanzo di Arthur Golden (rimasto per due anni in classifica tra i dieci best seller del New York Times), ripromettendosi di farne un film subito dopo Salvate il soldato Ryan. Impegnato in altri ponderosi progetti, Spielberg ha passato il testimone all’astro nascente Marshall, che ha realizzato un prodotto altamente professionale e di buona presa sul pubblico che però proprio nella sua perfezione formale non riesce a nascondere di essere stato pensato “a tavolino”. Nonostante lo sforzo produttivo, l’elegante confezione e un parterre d’attori degno delle migliori occasioni, non prevediamo che Memorie di una geisha sopravviva a questa stagione cinematografica, che pure gli ha tributato un discreto successo., Ambientato nel Giappone degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, racconta di come la poverissima Chiyo (Zhang Ziyi) diventi, grazie agli insegnamenti e ai consigli di una scrupolosa maestra (Michelle Yeoh), la più apprezzata geisha di Kyoto, di come superando umiliazioni di ogni sorta riesca a sconfiggere una rivale invidiosa e scorretta (Gong Li). Resistendo tenacemente ai ricatti di chi la vuole sfruttare e alla tentazione di una vita più comoda, Chiyo attraversa gli anni durissimi della guerra e del dopoguerra svolgendo mestieri umilianti ma senza mai perdere la dignità e infine coronando il sogno d’amore con il simpatico e saggio industriale (Ken Watanabe) amato sin da ragazzina. Il film (sceneggiato da Robin Swicord e Doug Wright) vorrebbe mostrare come le difficoltà e gli impedimenti della realtà, pure la più dolorosa, non impediscano ad un animo puro di rimanere devoto alla bellezza e all’amore. Vorrebbe, dicevamo, perchè purtroppo l’autore del film si mantiene a distanza dalla materia trattata. Eccellente nella parte coreografica (e una scena di danza che vede impegnata la protagonista cita proprio Chicago), il film, che oseremmo definire “in posa” manca di un’anima. Insincero, come il romanzo, sin dal titolo (l’autore è infatti uno scrittore, non una scrittrice, per di più americano), Memorie di una geisha è una splendida messa in immagini, incline sì a restituire la bellezza di una tradizione ma poco attenta a farne emergere la straordinarietà. Un Giappone così come gli occidentali vogliono sentirselo raccontare, troppo ricco di stereotipi hollywoodiani, che non ha niente degli imprevisti, degli slanci, delle autentiche suggestioni e soprattutto della vera passione dei film orientali. Memorie di una geisha somiglia parecchio in questo a L’ultimo samurai di Edward Zwick, un altro film che pretendeva di spiegare l’anima di un popolo dandoci solo un’occhiata rapida (e tutta americana). Viene da chiedersi, allora, che film sarebbe stato questo se davvero ci avesse messo le mani Steven Spielberg, che rivolse già uno sguardo all’estremo oriente ne L’impero del sole. Ma quello era uno sguardo stupefatto. Tutta un’altra storia. ,Raffaele Chiarulli ,