Quando uscì in sala nel 2000, Memento dell’allora semisconosciuto Christopher Nolan, passò quasi del tutto inosservato. Anche la sala del Festival di Venezia dove nello stesso anno fu presentato a notte fonda non era particolarmente gremita. Per i pochi che lo videro al cinema però fu subito evidente quello che ai più divenne chiaro solo poi con il noleggio (fu con l’Home Video che Memento divenne un vero e proprio cult) e cioè che il tocco del giovane regista (classe 1970) nato in Inghilterra e residente in America, era di quelli che non si confondono. I punti di forza del film sono molti ma la sua fortuna è costruita su una sceneggiatura impeccabile scritta a quattro mani con il fratello Jonathan (autore anche delle sceneggiature dei successivi The prestige Il cavaliere oscuro) che trasforma quello che poteva essere poco più di un artificio retorico (raccontare gli avvenimenti a ritroso, partendo dalla fine) in uno strumento al servizio del contenuto più profondo del film.

La forma veicola la sostanza, come in tutti i capolavori. L’indagine condotta da Leonard Shelby, che dimentica tutto nel giro di pochi minuti (facce, auto, camere d’albergo, ogni cosa), è narrata in maniera tale che lo spettatore viene portato a provare le sue stesse sensazioni, il suo stesso spaesamento, a considerare le conseguenze di una vita senza memoria. Le scene iniziano di volta in volta con Leonard che corre, che si sveglia, che sale in macchina… ma né lui né il pubblico sa come è arrivato a quel punto, lo si scopre nella scena successiva, che mostra cosa è successo prima e che si conclude dove iniziava la precedente. Contorto? Forse. Cervellottico? Ok. Questo atipico noir però tiene incollati alla poltrona sia che si decida di lasciarsi prendere dal gioco poliziesco della caccia al “colpevole” (che conduce dritto dritto al colpo di scena finale), sia che si opti per una visione più “contemplativa” che consiste nello stare al gioco, adottando fino in fondo lo sguardo di Leonard, seguendo il filo dei suoi pensieri, calandosi a poco a poco nell’angoscia di un’esistenza in cui tutto è frammentato, in cui il tempo non ha continuità e non è misurabile (da quanto vivo in questo albergo? Da un giorno o da un mese?). Memento è un film che riflette con grande lucidità sulla posizione dell’uomo post-moderno, decostruendo tanto le sue labili certezze (i “fatti” che Leonard si tatua sul corpo, in sostituzione ai ricordi che non può avere) quanto la disciplina necessaria per ottenerle.

Eliseo Boldrin