In un momento imprecisato, durante gli scintillanti anni 10 (del secolo scorso) di un’Inghilterra borghese e benestante, la famiglia Banks ha un grave problema da risolvere: nessuna delle tate scelte dalla signora Banks sembra andar bene per i piccoli Michael e Jane; dopo l’ennesima fuga da casa – con conseguente licenziamento dell’ultima governante assunta – i due bambini si trovano a dover fare i conti col loro padre, un dirigente della Dawes Bank deciso a porre fine a questa storia. Un annuncio viene pubblicato sul New York Times, e tra centinaia di candidate presentatesi in risposta sarà Mary Poppins, con le sue magie e le sue stranezze, a farsi assumere dal signor Banks per mettere in riga i due pargoli.

Se c’è un film capace di mantenere la sua atmosfera onirica e di intrattenere – ancora cinquantasei anni dopo la sua uscita – come se fosse il primo giorno, quel film è Mary Poppins. Diretto dal geniale Robert Stevenson (Pomi d’ottone e manici di scopa, tra gli altri suoi successi), il film basato sui romanzi di P. L. Travers ha reso leggendario il delicatissimo volto di Julie Andrews e le movenze strambe di Dick Van Dyke, diventando un classico del cinema per bambini ancora oggi trasmesso dai canali della tv generalista.

Mary Poppins è invece un film per tutti, perché la trasversalità dei suoi messaggi e la varietà della sua estetica – basti pensare all’uso in mix dell’animazione, dei format musicali e del live action – sono capaci di arrivare, in forme e profondità diverse, a qualsiasi spettatore vi si approcci con una certa attenzione. Se il bambino rimane incantato dalle canzoni, dai balletti e dai toni sognanti della storia, l’adulto non potrà fare a meno di notare quanto il racconto del contesto storico-sociale dell’epoca sia curato, e come persino la scrittura dei personaggi collaterali siano emblema, ancora oggi valido, dell’intera cultura occidentale.

Tra un poco di zucchero e un supercalifragilistichespiralidoso, Robertson arriva infatti a raccontare quanto il boom economico e la corsa al successo abbiano influito sulla concezione di educazione, sull’idea di genitorialità e sul vero significato della famiglia nella società moderna: un signor Banks che non ha tempo per i figli perché preso dalla furia del lavoro non è infatti molto lontano dai modelli di genitorialità contemporanei; allo stesso modo una signora Banks assente e impelagata nella lotta femminista – ma maltrattata dal marito – sembra fare un po’ il verso a quell’attivismo da slogan già vecchio ancor prima di nascere.

Ma oltre al ritratto di un’umanità in crisi c’è di più: l’arrivo della magica Mary Poppins scardina una routine famigliare puntuale in apparenza ma squilibrata nei fatti; e mentre una giusta dose di brio alleggerisce l’atmosfera, compito della tata è ricordare all’adulto fino a che punto la scelta di autodeterminarsi possa diventare una gabbia, la struttura sociale nella quale si desidera inserirsi una zavorra che impedisce di vedere e di vivere quanto di bello, non preordinato e spontaneo c’è nella vita.

Quando questo cambio di prospettiva avrà i suoi effetti sugli equilibri di questa realtà, il mondo degli adulti e quello dei bambini si toccheranno di nuovo: i cappelli potranno essere fuori posto, i penny potranno essere regalati e non chiusi in banca, gli aquiloni fatti volare e la casa lasciata in disordine. Solo una cosa conterà: l’amore che, all’interno della famiglia come nel mondo intero, muove ciascuno di noi verso l’altro, rendendo la compassione, la condivisione e la gioia le strade maestre per giungere a guardare di nuovo la realtà con occhi lieti.

Letizia Cilea