Il documentario Marx può aspettare  si apre su una cena di famiglia: nel dicembre 2016 i superstiti fratelli Bellocchio si trovano, con figli e nipoti. Potrebbe essere l’ultimo saluto, vista l’età avanzata. Ma il tema diventerà un altro. Per il regista Marco, insieme ai fratelli Piergiorgio, Alberto, Letizia e Maria Luisa, si riapre il doloroso ricordo del gemello Camillo che si suicidò il 27 dicembre 1968. Un fratello cresciuto, nella famiglia piacentina, all’ombra di fratelli di successo (oltre al gemello regista, giovane ma già premiato con i suoi primi film, lo scrittore Piergiorgio, figura intellettuale di riferimento con la rivista Quaderni Piacentini, ma perfino il sindacalista Alberto), schiacciato più degli altri da una madre credente ossessionata dalla paura dell’Inferno, dalla presenza devastante del fratello malato di mente Paolo con le sue urla disumane, dalla morte prematura dell’amato padre, dalla paura di non trovare un proprio posto nel mondo e di fallire. Una figura che finì per soccombere, non aiutato dai componenti di definita quella famiglia definita un «manicomio» dove i fratelli cercavano di sopravvivere alle sue tensioni. E che si accontentano di vederlo “sistemato”, dopo anni di insuccessi scolastici, come insegnante di educazione fisica.

Attraverso dialoghi serrati con i fratelli e con la sorella della fidanzata di Camillo e le proprie “confessioni” ai figli Piergiorgio ed Elena, ma anche a spezzoni dei suoi film in cui aveva in qualche modo rievocato il dolore o la morte del fratello, Marco Bellocchio fa i conti in maniera definitiva con una pagina personalissima, accusandosi con sincerità – insieme ai fratelli, ma anche di più – di non aver capito il disagio esistenziale del gemello, inseparabile fino alla terza media (avevano fatto tutte le classi insieme, nonché prima Comunione e Cresima), poi oggetto di sfiducia da parte dei familiari o di troppe cautele. Bellocchio rievoca, o meglio fa rievocare dal fratello Alberto, una lettera che gli scrisse Camillo in cui gli chiedeva di aiutarlo e di dirgli se vedeva un posto anche per lui nel cinema (e, bello come era, non si può non pensare che avesse la faccia giusta per almeno tentare la carriera di attore). Il regista non ricorda se gli rispose, o se liquidò le sue speranze (forse velleitarie, del resto, non avendo lui la forza di volontà necessarie per raggiungere qualsiasi obiettivo). Mentre ricorda bene quando lo vide per l’ultima volta e gli propose, davanti alle sue fragilità, di buttarsi nell’impegno politico («quattro cazzate» ammette lui stesso), ricevendo la risposta che dà il titolo al documentario: «Marx può aspettare».  Una dura autocritica, che fa onore al regista il cui senso di colpa affiora con nettezza.

Meno, forse, la cattiveria e la mancanza di alcuna pietà verso la figura della madre, disegnata dai fratelli maschi come una povera bigotta, fanatica, oppressiva. Sicuramente lo sarà stata, ma certe durezze (soprattutto del maggiore, Piergiorgio), fanno trasalire. E se è apprezzabile il dialogo con il gesuita padre Virgilio Fantuzzi (scomparso due anni fa: il documentario ha avuto una lunga realizzazione), legato a Bellocchio da stima e che vede nelle sue opere un’involontaria confessione cui lui generosamente è portato a concedere l’assoluzione, è sgradevole l’inserimento della nota sequenza de L’ora di religione (uno dei film in cui la figura materna ne usciva peggio) con la doppia bestemmia. Ma l’anticlericalismo dei fratelli maschi superstiti e atei si vede anche nella rievocazione della morte del padre, in contrasto con i ricordi di Letizia e Maria Luisa.

Marx può aspettare è sicuramente un documentario apprezzabile, anche se probabilmente “per pochi”, poco interessante per chi non conosca l’opera di Bellocchio.

Antonio Autieri

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