Nel 1940, in una stanza in affitto in mezzo al deserto della California, lo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz – alcolizzato, costretto a letto da un incidente – assieme a due assistenti ha due mesi per scrivere la sceneggiatura di un film per Orson Wells sulla vita del magnate della carta stampata William Randolph Hearst. Mente scrive ripercorre diversi momenti della sua vita proprio legati al suo rapporto con Hearst, con la moglie di lui e con i produttori della MGM.

David Fincher, amatissimo regista autore di grandi successi (Fight Club, Seven, Gone Girl, The social network ma anche la serie Mindhunter) riesce finalmente a portare sullo schermo, grazie all’apporto del colosso dello streaming Netflix, un copione di suo padre (il giornalista Jack Fincher) a cui lavora dagli anni 90. Mank non è solo la classica storia sulla nascita di un capolavoro, ovvero Quarto potere, ma è anche una ricostruzione impressionante della Hollywood degli anni 30-40, dei grandi studios e dell’industria cinematografica e della politica americana di quegli anni (il New Deal, l’ascesa dei totalitarismi e lo spettro del comunismo incombente sulla democrazia americana); ma è anche una ricostruzione filologica della forma cinematografica dell’epoca. Girato in bianco e nero, con il suono montato in un singolo canale (cosa completamente superata dagli anni 70), con transizioni ormai fuori moda ed effetti a dare il sapore vintage alla cosa come occasionali “bruciature di sigarette” (ovvero i segni sulle pellicole ad uso dei proiezionisti nei vecchi film).

La struttura narrativa riprende quella di Quarto potere in cui la costruzione di un testo (nel film di Welles un necrologio, qua una sceneggiatura) è un tentativo di indagine nella storia di un individuo (Kane in Quarto potere, in Mank lo stesso autore Mankiewicz) nel tentativo impossibile di ricomporne l’identità frantumata, di capire il segreto di una persona/personaggio in grado di giustificarne le azioni, ma che rimane imprendibile perché quella persona rimane ultimamente un mistero. Inoltre, il film è anche costruito attorno ad un problema etico sul potere della comunicazione, in questo caso del cinema, sulle responsabilità degli autori e sul sistema, con gli investitori che strumentalizzano la comunicazione per i propri fini.

Insomma, Mank, proprio come il capolavoro di cui racconta la genesi, è un “film-cipolla”: un film costruito a strati da sbucciare uno ad uno, da gustare uno ad uno, il cui cuore rimane però duro. L’opera di Fincher infatti presenta diversi motivi di interesse e diversi piani di lettura: quello formalistico, quello storico, quello politico, quello intimista-psicologico e quello etico. Il risultato è un film densissimo, stupefacente ma che allo stesso tempo richiede molto allo spettatore nello “stargli dietro”. L’unico difetto che gli si può imputare è che richiede spettatori preparati e dove il piacere della visione e la comprensione di personaggi e situazioni è direttamente proporzionale a quanto lo spettatore sa (come altri film nonostante questo molto amati, come C’era una volta ad Hollywood). A quanto lo spettatore sa di cinema, di letteratura, di storia americana. Sembra difficile infatti poter cogliere tutta l’importanza di personaggi come il fratello regista Joseph L. Mankiewicz senza aver in mente la sua filmografia da autore tutta improntata sul rapporto etico tra individuo e potere, o ancora del produttore Irving Thalberg senza conoscerne la storia personale e senza aver letto Gli ultimi fuochi di Fitzgerald (e il relativo film di Elia Kazan in cui è interpretato da Robert DeNiro). Non che per questo il film risulti meno godibile e meno interessante ad uno spettatore a digiuno, ma rimane una visione per forza di cose più superficiale.

In tutto ciò la regia di Fincher, costringendo i suoi formalismi visivi all’interno del codice linguistico d’epoca, sembra acquistare una lucidità di sguardo mai posseduta: emerge un lato più profondamente umanista del suo cinema che si riflette senza sentimentalismi o eccessi melodrammatici nel ritratto della folta folla di personaggi. Fincher, infatti, guida un cast in stato di grazia: Gary Oldman nei panni del protagonista è pazzesco, ma anche Amanda Seyfrield è probabilmente nel ruolo migliore della sua carriera; e anche il resto del cast di volti meno noti funziona alla perfezione.

Mank è un film grande, non solo per l’altissima qualità del prodotto, ma anche per la densità di cose che dice. È un film che dice tanto e che dice tanto sul cinema, sulla sua urgenza e sulla sua potenza. E ogni tanto fa bene sentirselo ricordare.

Riccardo Copreni