Mike fa lo spogliarellista, ma non è uno spogliarellista. Almeno così sostiene di fronte a Brooke, la sorella del suo “apprendista” Adam. Quello che vuole fare davvero è costruire mobili personalizzati con gli oggetti che raccoglie sulla spiaggia davanti a casa sua (sic!). Anche questo Mike lo dice, ma non è che lo spettatore lo veda mai impegnato in questa creativa attività… Quello che ci viene raccontato sono piuttosto le difficoltà con le banche, che chiedono una garanzia di credito e proprio non riescono a capire come mai i risparmi di Mike arrivino solo sotto forma di pezzi da 1 e da 5: gli stessi che donne eccitate infilano nel tanga dell’aitante spogliarellista…,Lo sceneggiatore, che si è ispirato alla vita del protagonista Tatum, sceglie un sogno che ritiene abbastanza bizzarro da poter competere con la realtà rutilante dell’attuale impiego di Mike, ma poi non è che della cosa ci si debba per forza interessare se non per dare una sponda di (futura) rispettabilità al personaggio principale.,Del resto è abbastanza chiaro che, nonostante la struttura “pedagogica” della pellicola, e nonostante l’operazione tenti di nobilitarsi grazie alla regia di Soderbergh (in ogni caso efficace, come fotografia e montaggio, anch’essi suoi), ciò che ha fatto di Magic Mike un incredibile successo al box office americano (oltre 110 milioni di incasso per un costo di 7 milioni appena) sono stati i coreografatissimi numeri di spogliarello di 5/6 belloni, ognuno rispondente a un tipo maschile diverso per venire incontro ai gusti di tutte le donne (e forse non solo loro).,Va ammesso che, come ogni pellicola che esplora il “dietro le quinte” di un mondo sconosciuto, anche Magic Mike regala nella prima ora alcuni elementi di interesse o forse sarebbe meglio dire che soddisfa la curiosità di chi questi ambienti non li ha mai frequentati. Attraverso gli occhi dell’inesperto Adam si scoprono così i tristi trucchetti del mestiere, si conoscono i tipi bizzarri che di lì a poco si dimeneranno sulla scena per scucire dollari a donne assatanate. La filosofia venduta da un lato e dall’altro del sipario dal proprietario Dallas (un inquietante Matthew McConaugheay) è quella di una seduzione che però ha proprio tutta l’apparenza di prostituzione legalizzata, elevata a stile di vita, di un consensuale abbandonarsi all’istinto privo di sensi di colpa.,Peccato che per sostenere questa finzione e per approfittarne fino in fondo, il giovane Adam, come tutti i suoi colleghi, ricorra ad alcool, droghe e altri artifici che rendono evidente lo squallore del tutto. Mostrarlo con dovizia di particolari sembra del resto anche lo scopo di Soderbergh; si dirà che il senso di noia e disgusto che insorge dopo la prima ora è un effetto voluto di questo percorso di liberazione che Mike compie nell’arco della storia. Sarà, ma allora sono eccessive le due ore piene del film, che ha numerose sacche di stanca (compresi i balletti, che alla lunga sono tutti uguali) e proprio quando vuole diventare edificante tende a diventare più prevedibile e banale, pensando che basti l’occasionale esibizione di nudità (democraticamente divisa tra maschile e femminile) a tener desta l’attenzione dello spettatore.,Luisa Cotta Ramosino,