Esiste solo quello che vediamo e la dura realtà della vita, destinata inesorabilmente a finire con la morte è l’unico fatto incontrovertibile, o c’è qualcosa che sfugge alla ragione e va oltre quello che l’uomo è in grado di capire? Questo il tema sotteso alla nuova commedia romantica di Woody Allen che, purtroppo, nonostante questa premessa ambiziosa, l’ambientazione francese affascinante e un ottimo cast, si rivela per certi versi un po’ deludente.,Come dice il protagonista Stanley, un illusionista non dovrebbe mai ripetere due volte lo stesso gioco altrimenti qualcuno inizierà a capire il trucco e lo smaschererà. Ecco, qui l’impressione è di aver visto Woody Allen (e altri suoi epigoni) fare questo giochetto già troppe volte prima, per cui l’infinito dibattito tra razionalismo e fede (termine che qui andrebbe a coprire un ambito fin troppo vasto, dalla religione tout court a un benevolo agnosticismo, per finire con la credulità più assoluta) finisce per ripercorrere sentieri noti e finanche prevedibili. ,Tutto quanto, dalle obiezioni mille volte sentite a proposito dell’esistenza della provvidenza, alla contrapposizione tra amore a prima vista e saggio accoppiamento di anime gemelle, suona come la riproposizione di argomenti già sviscerati. Che se la vita, a rigore, non ha senso per lo meno esiste l’amore a fornire la necessaria dose di irrazionalità e magia al mondo Allen ce lo ha già detto e, anzi, sembra in qualche battuta addirittura ammiccare allo spettatore abituale per sfidarlo a trovare la citazione e il riferimento.,Per la verità, quello di cui si sente più la mancanza è l’esplorazione dell’interiorità dei protagonisti che, al di là del piacere intellettuale, impedisce che si possa essere coinvolti profondamente nella vicenda. Il pessimista razionalista e fan di Nietzsche di Colin Firth (ennesimo alter ego del regista) passa dall’incredulità alla fede cieca e ritorno per un processo mai del tutto comprensibile, la graziosa medium Sophie, che pure, dato il tema della storia, sarebbe stata il personaggio più interessante, resta di fatto opaca, mentre quelli che stanno loro attorno, dai ricchi creduloni Catledge, alla saggia zia Vanessa sono figure abbozzate e funzioni narrative che vivono più della bravura dei loro interpreti che della scrittura.,Stupisce che Woody Allen, che altrove, in opere volutamente leggere come Midnight in Paris, era riuscito a unire un vero afflato romantico a una costruzione colta e sofisticata, fatta di citazioni e ammiccamenti letterari, qui voli così basso e si perda tra scene parlatissime come il suo solito, gestite con attori quasi perennemente enfatici (il doppiaggio probabilmente non aiuta).,Non manca, naturalmente, qualche battuta fulminante capace di rubare una risata e aprire una riflessione, ma queste, insieme a un’ambientazione suggestiva, non bastano a portare Magic in the Moonlight oltre il livello di un piacevole divertissement lontano dai veri momenti di grazia del regista.,Laura Cotta Ramosino,