“Un’opera d’arte non dà risposte, ma provoca domande”, la frase che Leonard Bernstein rivolse agli universitari di Harvard nel 1976 definisce bene il rapporto che il compositore ed esecutore aveva con la musica. Nato nel 1918 negli USA in una famiglia di ebrei immigrati dall’Europa dell’Est, Bernstein è stato il maggior direttore d’orchestra e compositore americano del ’900. A lui si devono opere famosissime come “West Side Story” e direzioni memorabili (la “Medea” alla Scala con Maria Callas nel 1953 fu la prima direzione di un americano nel teatro milanese). Bradley Cooper, che fin da bambino ascoltava i suoi dischi e, come moltissimi altri, seguiva le sue lezioni all’ascolto sul canale tv della CBS, ha diretto e interpretato Maestro (prodotto da lui stesso, Steven Spielberg e Martin Scorsese), in cui Bernstein è mostrato dal suo esordio alla Carnegie Hall, avvio di una carriera brillantissima che non si sarebbe mai interrotta, fino alla morte nel 1990. Il film mostra l’incontro con la futura moglie Felicia Montealegre (Carey Mulligan), nell’ambito della densissima vita sociale condotta da Bernstein.
Eccezionale talento e dotato di molteplici interessi, Bernstein è raffigurato sempre all’interno di un vortice di persone: parenti, amici, moglie e tre figli, ma anche alcuni amanti uomini, una situazione che con l’andare del tempo divenne sempre meno sopportabile dalla moglie e che causò un allontanamento temporaneo dalla famiglia. Per assomigliare credibilmente a Bernstein, Cooper si è sottoposto a un pesante intervento prostetico (non sempre felicissimo) per rendere al meglio la figura e la personalità del protagonista, mostrato nei suoi momenti pubblici di successo ma anche nelle difficoltà con l’amatissima moglie (resa con grande carattere dalla Mulligan).
Il film (candidato alla Mostra del Cinema di Venezia 2023 e ora su Netflix) si fa forte di una narrazione molto tradizionale, che oscilla dal bianco e nero dei primi momenti al colore degli anni 70 e dal formato 4:3 al 16:9, ma resa con un montaggio e una fotografia di grande tecnica ed eleganza. Forse la scarsità di momenti drammatici toglie un po’ di pathos alla vicenda, mostrando un uomo che passa da un successo all’altro, da tutti osannato e ammirato, e i cui travagli sono spesso minimizzati dalla consapevolezza delle sue doti. Un’opera che comunque è un notevole documento sulla musica classica e jazz del ’900, vista con gli occhi di uno straordinario divulgatore.
Beppe Musicco
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