Dopo il bel thriller Il collezionista di carte, Paul Schrader torna dietro la macchina da presa con un dramma atipico dal titolo Il maestro giardiniere. Come spesso capita con le opere del regista americano, il fulcro del racconto ruota intorno a un personaggio maschile dalla vita apparentemente banale, ma che nasconde un passato da cui, inevitabilmente, dovrà redimersi.

Qui il protagonista parrebbe essere un semplice maestro giardiniere, un uomo della terra devoto alle piante e messosi al servizio della tenuta di Gracewood Gardens e della sua proprietaria, un’aristocratica dai modi gelidi e bruschi; quando però la donna gli ordina di formare e far lavorare la sua ribelle pronipote come apprendista, l’ordine e la quiete che regnavano in quei luoghi vengono spazzati via da un caos incontrollato.

La necessità di un equilibrio tra ordine e caos guida peraltro l’intera narrazione, e se da una parte la metafora del giardinaggio e della natura come speranza per un futuro di ricostruzione può rappresentare uno spunto nuovo, i consueti temi propri della poetica di Schrader (perdono e rinascita) continuano a ossessionare i suoi protagonisti, che appaiono qui stanchi e svuotati di quella forza emotiva che normalmente li caratterizza: il giardiniere sotto mentite spoglie interpretato da Joel Edgerton sembra infatti un personaggio incompleto, poco convincente il suo background narrativo e ancora meno la chimica con la sua co-protagonista, la ribelle Maya interpretata da Quintessa Swintell. Sempre impeccabile, invece, Sigourney Weaver, qui interprete della proprietaria della tenuta eppure sprecata nelle sue potenzialità attoriali a causa di un personaggio piatto e poco convincente. Il risultato è insomma un pastiche incompleto dei suoi precedenti lavori che mai ci saremmo aspettati da un regista del suo calibro.

Letizia Cilea

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