Mediocrissima commedia degli equivoci firmata dal veterano Neri Parenti, per chi scrive un buon mestierante dietro la macchina da presa ma che ultimamente, complici pessime sceneggiature e produzioni terribilmente sciatte (e qui l’uso invasivo dei marchi pubblicitari è davvero irritante), si trova a dirigere film deboli, appena strutturati a livello di sceneggiatura e con interpreti spesso fuori forma o fuori parte. Parenti è uno che ha sempre lavorato bene su coppie collaudate di attori: sono suoi i tanti cinepanettoni con Christian De Sica e Massimo Boldi protagonisti, film spesso diseguali ma altrettanto spesso divertenti. E, anche quando imbarcato nella struttura del film a episodi (Colpi di fulmine e Colpi di fortuna), ha portato a casa le scene più divertenti poggiandosi sul mestiere di attori navigati o comunque dotati di buon senso del ritmo come il duo formato da Lillo e Greg, tra i migliori di Colpi di fulmine.

In Ma tu di che segno 6? Parenti, che ha cambiato casa di produzione (dalla Filmauro di Aurelio De Laurentiis, inventore del cinepanettone, alla società dei fratelli Vanzina), ripropone la commedia ad episodi: cinque per l’esattezza e tutti legati dal rapporto dei protagonisti con i segni zodiacali. C’è chi come Ricky Memphis è letteralmente perseguitato da donne Ariete e troverà sulla sua strada una donna tanto bella quanto incompatibile dal punto di vista astrologico con lui. Chi, come l’avvocato interpretato da Gigi Proietti, al potere delle stelle proprio non crede affatto, per quanto sia circondato da gente che la pensa diversamente. E chi, come Massimo Boldi, che più che ossessionato dagli astri, è ipocondriaco e terrorizzato dalla morte. E ancora: una coppia di amici (Pio e Amedeo) che si dà una mano per far colpo sulla bella sudamericana di turno, un maresciallo dei carabinieri (Vincenzo Salemme) gelosissimo della figlia. La struttura a episodi tradisce sin dalle prime sequenze la pochezza dell’operazione. L’episodio con Memphis è di fatto un lungo e fastidioso spot per un noto rivenditore di elettrodomestici. Proietti e Salemme se la cavano come possono negli unici segmenti passabili: il primo gigioneggia e domina la scena; il secondo, ben coadiuvato da Angelo Pintus che sfodera qualche gustosa imitazione, ripropone senza originalità ma senza nemmeno cadere nel volgare il tipo del carabiniere parecchio fesso. Malissimo invece gli episodi con Boldi e quello con il duo formato da Pio e Amedeo che fanno fatica a strappare il sorriso e ad evitare di sembrare le brutte copie di Checco Zalone.

Massimo Boldi ha sempre avuto, almeno fino ai film interpretati con De Sica, una grande forza comica che salvava film fragili sul piano della scrittura, ma da qualche anno si trascina mestamente in film modestissimi sia in fatto di scrittura che in fatto di interpreti, patendo assai la solitudine, la mancanza cioè di un partner forte come poteva essere De Sica: così la butta nell’unica strada rimastagli, la volgarità senza ritegno. Il fatto è che, complice l’età non più verdissima (Boldi è un classe 1945), le gag corporali paiono dei brutti scivoloni di una carriera che per il comico di Luino sembra arrivata al capolinea: il punto di non ritorno è l’immagine di Boldi in ospedale per farsi curare un piccolo taglio a un dito e invece scambiato per un paziente sul punto di farsi operare di emorroidi. Una sequenza così anni fa e con un De Sica con cui condividere la stanza o addirittura nei panni del medico, avrebbe fatto sghignazzare parecchio nonostante le volgarità e i rumori osceni di fondo. Ora, invece, con Boldi anziano e solo a tirare la carretta, trasmette solo tanta, tanta pena.

Simone Fortunato,