La sua nascita avvenne in una notte tempestosa, nell’ospedale di un piccolo paese. Quando Oscar venne alla luce, si capiva subito che qualcosa non andava: il neonato volteggiava nell’ario trattenuto solo dal cordone ombelicale; tagliato quello, volerebbe via. Per il bimbo non esiste la legge di gravità: e quando fluttua in aria come un palloncino, la madre e la nonna rimangono attonite e sorprese. Poi, dopo lo choc iniziale, pensano a come nascondere il “fatto”: se esce lo fa con pesi nelle giacche, di lui nessuno – tanto meno le pettegole del paese – per anni saprà nulla né tanto meno lo vedrà. E quando sono costrette a mandarlo a scuola – ma la nonna, protettiva e terrorizzata dal “mondo”, non vorrebbe – gli mettono alcuni pesi nella tasca del grembiule per tenere un sasso. Ma una bambina, la sveglia Agata, lo vede e capisce…

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2019, L’uomo senza gravità è poi uscito per tre giorni nei cinema prima di essere distribuito sulla sua piattaforma da Netflix. Il film è un unicum nel panorama italiano: i toni della favola, del fantasy e del surreale sono infatti molto rari nel cinema italiano, più abituato alla concretezza dei drammi o alla leggerezza della commedia; più raramente a sintetizzare entrambi i toni mescolati con la fantasia più sfrenata. E dunque facciamo fatica a credere al primo film di finzione di Marco Bonfanti (dopo alcuni apprezzati documentari) e, fin dalle prime battute, al “bambino volante”, nonostante la bravura di Michela Cescon madre svagata e affettuosa («Ho fatto un angelo!» dice alla madre dopo il parto) e di Elena Cotta, nonna impaurita e severa; ma i dialoghi e la simpatia reciproca tra i due bambini, Oscar e Agata, tutto sommato reggono, e verrebbe da pensare – per quanto si vedrà dopo – che un film tutto giocato sul mondo dell’infanzia avrebbe senz’altro mantenuto meglio le premesse e le promesse; una prima parte che si chiude con l’irruzione della polizia istigata da una donna cattiva, e con la fuga dal paese.

Le cose cambiano, e non certo in meglio, quando invece vediamo il protagonista diventare maggiorenne – lui e la madre si sono rifugiati in un paesino di montagna per sfuggire malelingue e forse dell’ordine – con la faccia di Elio Germano; ma il bravo attore ormai è alle soglie dei 40, e non basta un buffo taglio di capelli per renderlo credibile come giovanissimo imbranato e un po’ complessato. Però lui non ce la fa più a nascondere le proprie “qualità”: la trasformazione del ragazzo in fenomeno da baraccone televisivo – con il nome d’arte di del titolo – introduce elementi di “critica sociale” che fanno a pugni con il tono da favola iniziale, tono che anzi si fa sempre meno leggero e felice, anche per via di personaggi stereotipati e non convincenti (come l’agente che lo sfrutta). Mentre un terzo tempo, dopo un’ennesima fuga e con il nuovo incontro con Agata – che fa la escort, ed è interpretata dalla brava Silvia D’Amico – delinea una svolta sentimentale. Con qualche bella intuizione (lui che si immagina loro due nel bar in cui si trovano, ma come erano da piccoli) e qualche rischio di noia.

Prevedibile, a tratti simpatico ma con il fiato corto, L’uomo senza gravità è un film che un tempo avremmo detto televisivo per i tempi e lo stile un po’ tirato via, e adesso possiamo definire figlio dell’era delle piattaforme. Pur essendo passato velocemente, come “evento” (ma tale non è stato proprio) nei cinema, è un prodotto che può far compagnia in una serata casalinga, sempre che le sue pause non facciano mettere mano al telecomando (o al mouse). Si può vedere, e ha anche qualche momento che può intenerire (finale compreso). Ma senza troppe pretese.

Antonio Autieri