Estate 1949, California. Ed Crane lavora come barbiere nel negozio del cognato. La sua vita si trascina, nella delusione e nel malcontento soffocato dalla inettitudine, dalla sua assenza di qualità. Afflitto dall’incomprensione della moglie, che teme lo tradisca con Big Dave, capo dei grandi magazzini per cui lavora. Sempre più contento della propria vita, spera di poterla cambiare con un grosso affare e come “talent scout” di una giovanissima pianista dilettante. Certo del tradimento della moglie, ricatta Big Dave. Ma le cose, presa una brutta piega, andranno sempre peggio.

Ed Crane, protagonista di L’uomo che non c’era, è una delle figure più importati della filmografia di Joel ed Ethan Coen: un uomo senza qualità, triste ma anche apatico, che cerca di dare una svolta alla propria vita quando un losco e affabile personaggio fa capolino nella sua vita. Portandolo a una delle poche scelte della propria vita,c he però si rivelerà una catastrofe capace di trascinare la sua esistenza in un vortice e condurla alla rovina.

Il valore della propria vita, il proprio posto nel mondo, l’incidenza del caso, ma soprattutto l’apparente ingiustizia della vita di fronte al desiderio frustrato di un cambiamento: sono alcuni  dei temi del bellissimo e dolente film dei fratelli Coen: un noir d’autore – i due fratelli firmano anche la sceneggiatura – esaltato dalla fotografia di Roger Deakins, non a caso candidato all’Oscar per questo capolavoro che meritava molte più nomination. Ma senza Billy Bob Thornton probabilmente il film, che ha una delle migliori sceneggiature dei Coen, non avrebbe avuto la stessa qualità, come pure senza altri grandi attori come James Gandolfini, Frances McDormand, Tony Shaloub e la giovanissima Scarlett Johansson

Inoltre, nel finale L’uomo che non c’era ha lo scatto d’ali migliore degli ultimi anni: la speranza di un senso che ricomponga la propria vita, ma anche la certezza che esiste un luogo dove ritrovarsi, dove «troverò quelle parole che qui non ho saputo dirle».

Antonio Autieri