Milano – L’ultima notte di Amore vede Franco, ispettore di polizia integerrimo alle soglie della pensione dopo 35 anni di servizio, chiamato sul luogo di un incidente stradale dove si trova il cadavere del suo collega Dino, morto dopo una sparatoria. Cosa è successo esattamente quella notte? È la domanda che il commissario e il procuratore fanno ad Amore perché, quello che è certo, è che le persone coinvolte nel conflitto a fuoco erano implicate in un giro losco con la mafia cinese…

Fin dalla prima scena, un drone che sorvola una Milano notturna dal centro fino alla periferia, e dai titoli di testa, si capisce che l’intento del regista Andrea Di Stefano (Escobar, The Informer) è quello di dirigere un film di genere, quasi riportandoci agli anni 70. L’ultima notte di Amore è un poliziesco, noir, crime movie ad alta tensione a nostro avviso perfettamente riuscito. Le due ore di film, che non pesano assolutamente e che coinvolgono in un crescendo dall’inizio alla fine, sono sostanzialmente divise in due parti: nella prima si spiega l’antefatto dell’incidente, nella seconda le indagini sul posto. Il film di Di Stefano ci porta in quel limbo tra bene e male in cui è difficile districarsi. Ci fa capire come persone integerrime come Franco Amore – ancora una volta molto bravo Pierfrancesco Favino – possano incrociare vie e strade pericolose e oltre la legge con l’umana ambizione di guadagnare a fine carriera qualcosa in più rispetto ai 1.800 euro mensili che passa lo Stato facendo rischiare la vita. Non è corretto, lo sappiamo: ma è giusto condannare queste persone? Di Stefano non si erge a giudice, lascia agli spettatori il compito, se mai ne abbiano l’intenzione. Però il regista ci fa capire come alcune scelte possano poi avere ripercussioni drammatiche anche sugli altri.

Come nel caso dell’amico Dino (Francesco Di Leva), coinvolto da Amore in un maledetto trasporto di diamanti illegali gestiti dalla mafia cinese, e anche la moglie Viviana. Il personaggio impersonato da Linda Caridi è probabilmente il più riuscito; anche lei si muove al limite tra bene e male perché fa parte di una famiglia calabrese (a proposito, complimenti per come riesce a renderne il dialetto, agevolata anche dal fatto di avere origini siculo-calabresi) in cui il cugino Cosimo (Antonio Gerardi) è coinvolto in traffici illeciti. Viviana, messa al corrente da Franco della missione in cui è coinvolto, non esista a stargli al fianco fino a spingerlo ad approfittare della situazione per trarne il massimo profitto. Scelta scellerata o estrema manifestazione di amore per il marito? Non vogliamo anticipare nulla del finale di un film sul quale aleggia inevitabile una domanda: come lo giudicheranno polizia e carabinieri? Spesso, anche su Sentieri del Cinema, abbiamo scritto di un cinema italiano un po’ ripetitivo e senza idee. Il film di Andrea Di Stefano, pur rimandando a modelli e a strade già percorse in passato dalla nostra cinematografia, è comunque una ventata di aria fresca. Da vedere su grande schermo. Presentato alla Berlinale 2023.

Stefano Radice

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