Si è tentati di parlare di effetto The Tourist (thriller veneziano innocuo e banalotto dove sono andati a perdersi i talenti di tre premi Oscar, tra cui il talentuoso regista de Le vite degli altri) per la prima incursione di Susanne Bier (premio Oscar per il bellissimo e dolente In un mondo migliore, in passato già prestata al cinema americano) nel genere commedia, ma di certo lascia parecchio insoddisfatto il pubblico, abituato a ben altre profondità dalla regista e dal suo sceneggiatore di fiducia. ,La prima impressione è di trovarsi di fronte al tentativo di fare una versione intellettualmente più impegnata (ma non necessariamente più profonda) di Mamma mia, con la costa di Sorrento e i suoi limoni al posto dell’isola greca con i pescatori ballerini, ma con gli stessi cliché mediterranei che là si era più inclini a perdonare ubriacati dalla melodie scacciapensieri degli Abba.,Sarà che ai nordeuropei, da Goethe in poi, il profumo dei limoni dà alla testa, ma, a parte qualche piccolo momento di umorismo tagliente e qualche scenata a tavola a sciorinare le infelicità familiari cui i danesi, figli e figliastri del Dogma, proprio non sanno rinunciare, qui si naviga senza sforzo, ma senza sorprese, nel regno della commedia romantica più prevedibile: Philip è un cuore in inverno che aspetta solo di essere sciolto e Ida è così buona che ha per forza diritto ad essere felice.,Non ci si lasci ingannare dalla falsa trasgressione del bagno nuda e a testa pelata della ex malata di cancro generosa e positiva. Per il resto i cliché del genere (e pure quelli dello straniero al Sud, caffè compreso) ci sono tutti e nemmeno troppo nascosti. In realtà Love is all you need è una specie di crociera: il menù è completo ma di certo non ci si può aspettare di finire in una destinazione sconosciuta.,Oltretutto il segreto molto poco tale dello sposo mugugnone e poco entusiasta (un indizio: l’unico momento in cui lo vediamo sorridere è quando sposta materassi o ozia sul terrazzo con il cugino campano) ha il sapore di una scorciatoia facilotta nelle mani di uno sceneggiatore, altrove molto più abile, per provocare il patatrac di rito. E la dimostrazione è che, svolta la loro funzione, lui e la sfortunata promessa sposa escono di scena senza che autori e pubblico se ne preoccupino più di tanto. Vista la situazione Patrick sarà andato su un’isola greca a tenere compagnia a uno dei tre pretendenti padri di Mamma mia.,Se Trine Dyrholm, parrucchiera ottimista nonostante la parrucca postchemio e il marito che la tradisce con la piacente addetta alla contabilità (e pretende pure che lei lo capisca), non può non suscitare la nostra simpatia, è dura da credere che ci voglia il proverbiale romanticismo mediterraneo per farle capire che ha sposato un deficiente. Pierce Brosnan, che sfoggia con compiacimento la sua fascinosa mezza età, passa un po’ troppo facilmente dalla fase di industriale senza cuore e dal pessimo carattere a quella di vedovo dolente e bisognoso di consolazione. ,Così, probabilmente contro la volontà degli autori, ci si trova a simpatizzare per la cognata che gli fa la posta da anni e nel frattempo maltratta la figliola ex anoressica. Inutile dire che è lei a meritarsi le scene più esilaranti, che sfuggono al mare di buoni sentimenti canterini che inonda lo spettatore.,È probabile che all’estero, soprattutto nei paesi non benedetti dal tiepido clima italico e ancora inclini a commuoversi all’ennesima riproposizione di That’s Amore che a noi italiani ormai suona solo come uno spot, il film andrà benone e di sicuro qualche amministrazione penserà bene di arruolarlo come pubblicità per le bellezze locali.,Ma da qui a gridare al colpo di genio (come è successo al festival di Venezia 2012, dove il film è andato fuori concorso) ce ne passa, e da autori che han saputo darci ben altro era lecito aspettarsi molto di più. Se non un altro capolavoro, almeno quel tanto di ironia che avrebbe portato a casa il risultato senza imbarazzi. Ma la Bier ha preferito la crociera…,Laura Cotta Ramosino