Un argomento difficile quello affrontato dall’attrice Sarah Polley (“La mia vita senza me”, “La vita segreta delle parole”) al suo esordio come regista e sceneggiatrice di “Lontano da lei”, tratto da un racconto di Alice Munro. I canadesi Fiona e Grant sono marito e moglie da più di quarant’anni e vivono serenamente da pensionati in una bella casa sul lago: è inverno, e li vediamo insieme fare sci di fondo nei boschi e sulla neve. Ma basta un gesto per incrinare questa tranquilla felicità: un giorno dopo pranzo Fiona asciuga una padella e la ripone nel frigorifero. Quando il marito la guarda stupito, lei si accorge dell’errore e sorridendo dice «Non ti preoccupare, sto solo andando fuori di testa». Purtroppo è il primo segno dell’Alzheimer e ulteriori comportamenti preoccupanti convinceranno Fiona che è meglio che entri in una struttura di assistenza, anche contro il parere del marito che vorrebbe assisterla personalmente. Per le regole della clinica, nei primi trenta giorni di permanenza gli ospiti non possono ricevere visite, e Grant, che dopo il mese si presenta ben vestito e con un mazzo di fiori in mano, rimane scioccato: Fiona lo tratta come un conoscente, mentre si comporta con affetto e devozione nei confronti di Aubrey, un altro paziente della clinica (un tema già presente anche nel recente “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli). La Polley sceglie di raccontare con sobrietà e senza enfasi la tragedia tra i due, grazie anche alla capacità interpretativa dei protagonisti: Julie Christie, ancora di una bellezza stupefacente, e impressionante nell’alternanza dei momenti di lucidità e obnubilamento. Ma anche Gordon Pinsent, struggente nel suo continuo interrogarsi e nel cercare aiuto per sopportare una situazione senza uscita. ,Beppe Musicco