Una malattia grave ai reni porta un uomo, lo Zio Boonmee del titolo, a capire che manca poco al suo trapasso. Per gli ultimi giorni della sua vita, si ritira in una casa di campagna con una sorella e altre persone care. Ma altre, scomparse da tempo, gli appaiono: il fantasma della moglie defunta, il figlio da tempo sparito nella giungla e ritornato sotto forma di strana creatura dall’aspetto di gorillone con gli occhi rossi luminescenti… Tutti insieme – vivi, fantasmi e morti – parlano tranquillamente a tavola in veranda. Intanto la narrazione è spezzata da strane leggende, con principesse rivitalizzate da pesci gatto sorprendenti… Mentre Bonmee ricerca le sue vite precedenti, ovvero le sue incarnazioni in animali o vegetali di vario genere, in una grotta dove trovare se stesso, e alla fine poter morire in pace.,Il film del thailandese Apichatpong Weerasethakul, regista dal nome e cognome impronunciabile, è la traduzione in immagini di un testo buddista e delle convinzioni del regista (le cui precedenti opere sono state viste in Italia da pochissime persone o neppure distribuite) sulla reincarnazione delle anime. Lo zio Boonmee è tutto fuorché un film che possa essere visto da platee “normali”, pur di gusti colti e selettivi. La Palma d’oro al festival di Cannes 2010 è la classica pellicola per un pubblico fortemente selezionato: può deliziare la critica più elitaria e respingere gli spettatori anche, ripetiamo, di palati raffinati. Regista tanto sconosciuto al pubblico quanto di culto tra i critici e gli addetti ai lavori, Weerasethakul realizza sempre film “di nicchia”, e Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti non fa certo eccezione. D’altro canto lo dice esplicitamente il regista stesso (“il mio film non è per tutti”).,Visivamente anche apprezzabile ma narrativamente irritante con i suoi tempi dilatati fino alla noia, il film vuole essere contemplato con gli occhi e con i sensi e non afferrato con la ragione. O almeno così pretende il furbissimo autore, che ha capito come abbindolare occidentali con i soliti sensi di colpa verso culture “povere”. Purtroppo, Cannes (ma anche Venezia, Berlino, Locarno) ci cascano spesso, e laureano film appena interessanti come capolavori assoluti. Una tendenza pericolosa e nefasta, per il cinema. Se pensiamo che al “secondo posto”, con il Gran premio speciale della Giuria, a Cannes era arrivato il ben più memorabile Uomini di Dio…,Antonio Autieri,