Negli Stati Uniti Little Miss Sunshine, nonostante sia un piccolo film indipendente con un cast tutto sommato poco pretenzioso, ha riscosso il tipico successo dovuto a un incessante passaparola, intelligentemente alimentato da una serie di servizi dei media. La storia che ha suscitato questo interesse diffuso è quella di una famiglia i cui problemi sono tutt’altro che risolti: il padre ha mollato il lavoro per dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore e formatore, a partire dal suo manuale “I nove passi del successo”. Purtroppo il suo libro, nonostante le premesse e le promesse, è ben lungi dal trovare un editore. La madre è costretta al capezzale del fratello, massimo studioso di Proust, ma tentato suicida per questioni di cuore. Il nonno paterno, che vive in casa, è un brontolone col vizietto di sniffare coca. Dei due figli, il maggiore da un anno non rivolge più la parola a nessuno e si esprime solo scrivendo, mentre (vivaddio!) la sorellina è vivace e sprizza ottimismo come ci si aspetta che facciano tutte le bambine della sua età. Quando quest’ultima esprime il desiderio di partecipare a un concorso di bellezza per bambine, tutta la famiglia si imbarca su un vecchio pulmino Wolkswagen e parte alla volta del lontano albergo che ospita l’evento. Naturalmente, ogni tipo di vicissitudine colpirà la famiglia, i cui componenti sono i primi a rendersi conto di appartenere alla categoria dei “losers”, i “perdenti”, la parola che più di ogni altra terrorizza chi insegue il sogno americano e sembra che tutto congiuri contro i sogni e i progetti di ognuno. Ma proprio nelle disgrazie (divertenti senza dubbio, ma mai fantozziane) ognuno riscoprirà la possibilità di essere amato.

Mischiando il “road movie” (con quel pizzico di ribellione anni ’60 che suggerisce un Wolksvagen color banana) con la commedia umana, Little Miss Sunshine parla di gente che si perde e si ritrova, magari non come si sarebbe aspettata, ma accettandosi per quello che si è. Paragonato da molti a I Tenenbaum, forse non ne possiede la stessa originalità narrativa e il brillante cast, ma sono comunque da segnalare le belle prove di Greg Kinnear (il padre angosciato dal successo), Toni Collette (la mamma), Steve Carell (una volta tanto in un ruolo non demenziale) e la piccola Abigail Breslin, nel ruolo dell’entusiasta Olivia. E strepitoso il giovane Paul Dano, nella parte del ragazzo che non vuole parlare.

Beppe Musicco