Presentato al Festival di Venezia 2006, L’isola inizia in Unione Sovietica, durante la II Guerra Mondiale, quando una chiatta che porta carbone lungo il Volga viene catturata dai tedeschi. Questi obbligano Anatoly, l’unico marinaio, a sparare al suo capitano, poi fanno saltare in aria il battello. Abbandonato su una piccola isola dello sterminato fiume, il marinaio scampato viene soccorso dai monaci del monastero, unica costruzione dell’isola, e lì rimane, diventando poco a poco uno iurodivy, un “folle di Dio”. Ossessionato dalla sua colpa, Anatoly trascorre gli anni pregando e vivendo in solitudine nel locale delle caldaie del monastero, spalando carbone. Ha un carattere brusco, è sempre sporco di fuliggine, parla quasi solo citando i Vangeli; con i suoi modi e il suo stile di vita suscita scandalo nei confratelli, anche se il Priore lo stima e gli vuole bene. Col passare del tempo e nonostante i suoi modi, la sua fama di uomo santo si sparge, portando sull’isola persone che cercano il suo conforto o reclamano un miracolo. Che spesso accade. L’isola in certi momenti sembra tratto da un romanzo di Dostoevskij o da “I racconti di un pellegrino russo” (ma alcuni aneddoti ricordano anche le vite di molti santi occidentali), per il totale abbandono del monaco alla misericordia di Dio, ma soprattutto nelle descrizioni del suo rapporto coi questuanti e i confratelli. Anatoly sa riconoscere il peccato o la tentazione: siano i comodi stivali del Priore, una donna che rifiuta i sacramenti per paura di perdere il posto di lavoro o la sottile invidia di chi vede che la gente cerca solo lui. Fino a un finale inaspettato e commovente, nel quale tutta la vita e la permanenza dell’uomo sull’isola trovano compimento. Girato con gran cura, in una natura fredda e silenziosa, L’isola si offre allo spettatore occidentale come una grande testimonianza della fede e della tradizione ortodossa.,Beppe Musicco