Quanto è sincera un’immagine? Può, ingabbiata nella cornice di una fotografia o dello schermo del cinema, restituire davvero la purezza della vita oppure, essendo frutto di una scelta, di una selezione, di un punto di vista, è comunque sempre soggettiva e quindi privata, personale e, in fin dei conti, menzognera? Sono queste le domande cui tenta di rispondere il film di Wim Wenders, una riflessione sul ruolo dello sguardo e sul valore del cinema. I tempi cambiano (l’Europa unita ha infranto le barriere e allargato lo spazio dell’orizzonte dove lo sguardo, appunto, e il cinema possono inoltrarsi) ma la ricerca di autenticità che c’è dietro ogni esperienza artistica è sempre la stessa. ,Convocato da Friedrich, un regista che gli chiede aiuto nella realizzazione di un film, il tecnico del suono Phillip si reca a Lisbona e scopre che il suo amico è sparito nel nulla. La ricerca dell’uomo diventa così un’immersione nello spirito della città – una Lisbona che affianca alle suggestioni dell’antico l’impeto del moderno – di cui Phillip (e Wenders) cerca di cogliere l’essenza ascoltandone i rumori, nella convinzione che dove lo sguardo fallisce, forse l’udito può essere essenziale nel captarne il battito nascosto. Le impronte sonore ricostruiscono la memoria di un luogo, così le tracce dell’amico (che spesso si fanno confuse per colpa o per merito di alcuni ambigui personaggi) raccontano di un percorso di ricerca intrigante ma non ancora ultimato. Forse rimanendo sintonizzato con il fruscio di Lisbona, tutte le verità (di Friedrich, della città, della vita stessa) si riveleranno. O forse sarà opportuno tenere comunque gli occhi aperti?,Una storia appassionante e piena di suggestioni in cui Wenders gioca con la scatola del cinema e si diverte, come altre volte, a imbastire un mistero e a scioglierlo in modo sorprendente. È un film in cui abbondano le riflessioni teoriche e le citazioni raffinate, animate da uno spirito cinefilo molto ricercato che forse potrebbe non essere per tutti i gusti. Molti gli omaggi alla settima arte (Dziga Vertov, Buster Keaton, Federico Fellini – morto l’anno prima e dedicatario del film – e Manoel de Oliveira, che interpreta se stesso) e un finale sorprendente che stimola anche chi non è abituato a un certo tipo di speculazione filosofica, a interrogarsi insieme al regista su quale sia il ruolo dello sguardo – e quale, fondamentale, la funzione del cinema – in una società tumultuosa come quella che si affaccia sul terzo millennio.,Raffaele Chiarulli,