Antonio Pane, dopo aver perso il lavoro (e anche la moglie: è separato e vive da solo in una casa di ringhiera), ha iniziato a lavorare come “rimpiazzo”: ovvero, sostituisce per pochi giorni o poche ore persone che per vari motivi non si recano al lavoro temporaneamente. E così lo vediamo, in un turn over frenetico e inizialmente divertente, in mille ruoli: operaio su un grattacielo in costruzione (che sembra la New York delle fotografie di cent’anni fa), pupazzo animato in una festa per bambini in un ipermercato, cuoco in un ristorante, autista di tram, moderno spazzino (con tuta e potente aspirapolvere) allo stadio, bibliotecario, perfino badante (in una bella scena con un’anziana silenziosa)… Lo fa per pochi soldi, che spesso arrivano in ritardo e deve pietire dal losco proprietario di una palestra per pugili. Ma lui, a suo modo, è felice perché non sta fermo, ha una ragione per alzarsi e uscire di casa; soprattutto, ci tiene alla sua dignità, e si fa la barba ogni giorno in attesa che il lavoro, quello vero e stabile, ritorni. Trasognato e positivo, ma non stupido, guarda con incoraggiamento e tenerissimo amore al figlio sassofonista (che ricambia, soccorrendo un padre distratto); e prende in simpatia, e forse qualcosa di più, una ragazza fragile e insicura, da lui aiutata in un concorso.

Il decimo film per il cinema di Gianni Amelio, in concorso alla Mostra di Venezia 2013, parte alla grande: in una Milano descritta al suo meglio e al suo peggio, tra mille contraddizioni (grattacieli e case di ringhiera, squarci poetici e squallore metropolitano), Antonio Pane vive della faccia gommosa e simpatica di Antonio Albanese, liberato dalle sue maschere che non fanno più ridere come un tempo (è molto più bravo qui che nei panni del Cetto La Qualunque o Frengo Stoppato di Tutto tutto niente niente) e che si conferma docile strumento nelle mani di un autore, come fece già con Carlo Mazzacurati (Vesna va veloce, La lingua del santo), i fratelli Taviani (Tu ridi), Pupi Avati (La seconda notte di nozze), Silvio Soldini (Giorni e nuvole) o Francesca Archibugi (Questione di cuore). Il suo camaleontismo naturale si esalta nei mille costumi di scena che gli regalano i mille rimpiazzi che gli assegna il trucido Maltese (interpretato dall’ottimo Alfonso Santagata). Meno felici alcuni dialoghi, troppo “scritti”, anche se riscattati dal disarmante candore del personaggio di Albanese; e qua e là non mancano spunti di riflessione sulla nostra società, in particolare sul rapporto tra generazioni, con un padre che cerca di incoraggiare il figlio ad avere coraggio e un figlio che incalza il padre nel non venir meno, causa durezza della vita. E anche la simpatia, e forse accenno d’amore, per la giovane Lucia, regala momenti interessanti. A un certo punto, però, il film si incarta in alcune svolte drammatiche brusche e sterzanti rispetto alla direzione fino a quel punto assunta, incupendo la descrizione di una società marcia o disperata in cui Antonio Pane sembra uno Charlot dei tempi andati (e se in una sequenza ricorda Tempi moderni, in un’altra rievoca le chiusure con l’omino col bastone che si allontanava all’orizzonte, sconfitto ma non domo). E la regia di Amelio non riesce più a governare con la classe di sempre una materia troppo diseguale (l’incontro con l’ex moglie è buttato lì, come anche l’assalto della stampa scandalistica, e pure il negozio di scarpe copertura di traffici sembra forzato, come un’ennesima prova di un sistema irredimibile più che un passaggio narrativamente credibile), in cui oltre tutto si accumulano i finali (compreso un lavoro “in trasferta” che potrebbe sembrare un giudizio definitivo sulla situazione italiana).

A Venezia L’intrepido ha ricevuto reazioni contrastanti, dalla severità stroncatoria al plauso assoluto: è in realtà l’opera non riuscita di un grande maestro, che ha la forza di riscattarsi con un finale imperfetto ma sincero, che si apre a una speranza forse con poche ragioni – come gli è stato contestato – ma che ha il merito di non rassegnarsi a un cinismo dilagante in un momento cruciale della nostra società e di guardare con generosità al rapporto tra la generazione dei padri e quella dei figli. Solo buone intenzioni e poco cinema? Diciamo piuttosto un bicchiere mezzo pieno (pensando anche alla prova di Albanese), o mezzo vuoto (e qualche critica la meritano i giovani Livia Rossi e Gabriele Rendina, volenterosi ma nel complesso un po’ fragili), a seconda dell’umore e della benevolenza con cui lo si guarda. O anche, cosa importante al cinema, a seconda delle diverse sensibilità e consonanze su momenti e temi proposti dal film. A nostro parere, pur rimpiangendo i migliori lavori di Amelio (l’ultimo grande film, Le chiavi di casa, è di quasi dieci anni fa), per via della simpatia non di maniera ai suoi personaggi smarriti in un mondo che li osteggia, il bicchiere è mezzo pieno.

Antonio Autieri