Nella sua nuova prova da regista Louis Garrel (qui anche protagonista come nei suoi film precedenti) esplora con grazia, profondità e umorismo, ispirandosi in parte alla sua stessa esperienza, un particolare rapporto tra figlio e madre.

Abel lavora in un acquario ed è un uomo riservato e un po’ triste dopo la morte della moglie; tutto il contrario di sua madre Sylvie (Anouk Grinberg), esuberante attrice con la passione per i galeotti. L’ultimo arrivato, Michel (Roschdy Zem), lo ha conosciuto durante un corso di teatro tenuto in carcere (di cui l’uomo dimostrerà di aver fatto decisamente tesoro in una delle scene più esilaranti e riuscite del film) e sull’onda del sentimento decide di sposarlo nonostante le ragionevoli quanto inutili obiezioni del figlio.

I problemi iniziano quando Michel esce dal carcere e Abel inizia a sospettare che dietro il suo legame con la madre e la decisione di aprire insieme un negozio di fiori si nascondano trame molto più losche. Seguono pedinamenti tanto pervicaci quanto maldestri, in cui Abel è assistito dalla collega Clémence (Noémie Merlant), con cui condivide un rapporto di tenera amicizia cementato da comune lutto per la morte di Maud, moglie di lui e migliore amica di lei.
Se Abel all’inizio ci sembra paranoico, scopriamo però che non ha tutti i torti a sospettare di Michel. A questo punto, però, le cose precipitano e lui e Clémence, per proteggere Sylvie, si ritrovano coinvolti in una vera e propria rapina.

La storia, piena di eco del cinema francese degli anni Settanta e Ottanta (prima di tutto Truffaut), procede con un’alternanza frenetica e sfrontata di toni, dalla commedia sentimentale al dramma, riuscendo però sempre a dare ai suoi protagonisti un’innegabile sincerità, anche quando si diverte a giocare con la messa in scena e la recitazione, come nella preparazione della rapina, quando Michel “dirige” Abel e Clémence nella scena che dovranno interpretare durante il colpo.

Garrel, che non teme di prendersi in giro nella parte dell’imbranato bloccato nei sentimenti, è magnificamente coadiuvato da una spumeggiante Noémie Merlant (vista in Ritratto di una giovane in fiamme e a breve anche in Tar) e i due danno origine a una serie di duetti degni della migliore slapstick comedy dell’epoca d’oro.
Ne L’innocente tutti (tranne forse Sylvie che, nella sua esuberante naïveté, diventa il fulcro dell’azione del resto del mondo) mentono un po’, soprattutto a se stessi, e sono costretti dagli eventi a un’improvvisazione che li costringe finalmente a scoprirsi, a rendersi vulnerabili, ma forse anche a darsi una possibilità di felicità nonostante tutto e nel modo più improbabile.

Il rapporto tra Abel e Sylvie è un rapporto parentale al contrario, in cui il figlio sembra sentirsi responsabile del benessere di una madre dai tratti adolescenziali, ma che forse nonostante tutto ha qualcosa da insegnare: un amore disposto a dare credito all’altro nonostante i suoi errori, la disponibilità a buttare incoscientemente il cuore oltre l’ostacolo.

Il percorso di Abel lo porta dove meno si sarebbe aspettato, ma lo libera da una gabbia dove si è messo da solo, gli dà la possibilità di ritrovare la felicità, e anche di scoprire la possibilità di un sacrificio, il significato di gesti apparentemente inutili e invece preziosissimi e la presenza di un amore che già gli è accanto senza che lui se ne accorga.
Il film racconta tutto questo con grazia, umorismo e leggerezza, oltre che con un ritmo invidiabile e ormai raro (dura meno di 100 minuti), lasciando gli spettatori felici di una felicità leggera ma non inconsistente.

Laura Cotta Ramosino

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