L’anziano Roy Courtnay (Ian McKellen) è un abile truffatore che assieme al suo socio (Jim Carter) organizza frodi finanziarie e investimenti fittizi ai danni di persone molto facoltose. Il prossimo bersaglio di Roy è Betty McLeish (Helen Mirren), una vedova trovata su un sito di incontri per la terza età. Recitando la parte del dolce anziano in cerca d’affetto, Roy dovrà conquistare la fiducia di Betty per poter accedere al suo ingente patrimonio, mentre il giovane nipote della donna inizia a sospettare delle reali intenzioni di questo sconosciuto.

Presentato al Torino Film Festival, L’inganno perfetto punta certamente sui nomi dei due attori protagonisti; Ian McKellen e Helen Mirren recitano per la prima volta insieme in un thriller dove verità e menzogna si confondono fino alla fine, mentre i due anziani protagonisti sono costretti a fare i conti con i fantasmi del proprio passato. Nonostante l’originalità della premessa – due pensionati protagonisti di un thriller alla Sciarada – la coppia McKellen-Mirrer sullo schermo non funziona e il regista Bill Condon sembra dimenticarsi di avere tra le mani due attori del loro calibro per perdersi nella costruzione macchinosa di una trama inutilmente complessa, che riesce a risultare lenta e prolissa malgrado la breve durata del film. Roy e Betty rimangono due figure fredde e piatte, che il pubblico non riesce né ad amare né ad odiare; ed entrambi restano insondabili anche dopo la lunghissima scena di spiegazione conclusiva.

Il tema della vecchiaia, potenzialmente interessante, si perde quasi subito in una storia che incasella una serie di colpi di scena e ribaltamenti troppo macchinosi e prevedibili che non riescono a uscire dalle convenzioni di genere e fanno presagire il ribaltamento finale già dopo pochi minuti. In questo modo la storia perde di tensione: e dove lo spettatore dovrebbe sorprendersi della complessità dell’inganno, viene invece percepita troppo chiaramente la mano dello sceneggiatore che inserisce una coincidenza dopo l’altra per far procedere la trama. Troppi fatti rimangono senza spiegazione e il gioco di specchi risulta alla fine per nulla soddisfacente.

Il finale è gratuitamente violento e vorrebbe rappresentare una sorta di riflessione sulla giustizia, ma la soluzione giunge invece come un deus ex machina e, trattandosi della storia di una donna circuita da un uomo, non possono mancare gli espliciti riferimenti alle istanze del “Me Too” che rendono il tutto ancora più didascalico.  L’inganno perfetto è insomma un film troppo impacchettato, lento e freddo, che non riesce mai a cogliere di sorpresa lo spettatore per la sua trama né a coinvolgerlo con i suoi protagonisti e che confonde la vendetta e la violenza con il desiderio di giustizia.

Claudia Munarin