La crisi è arrivata anche sugli schermi (quello grande del cinema e quello piccolo della televisione) e in questo apologo firmato dal regista Giuliano Montaldo e dallo sceneggiatore (soprattutto televisivo) Andrea Purgatori è raccontata attraverso gli occhi non della prevedibile “povera gente” (che pure in scena c’è) ma quelli di un “padrone”, un industriale torinese che lotta senza molte speranze per salvare l’azienda di famiglia indebitata con le banche e senza più credito. Le circostanze, purtroppo, sono la realistica rappresentazione della situazione di tante piccole e medie imprese italiane, ma agli autori, più che un più prevedibile discorso sociale, interessa entrare nella mente e nell’anima del protagonista, un personaggio dostoevskijano (non a caso il precedente film di Montaldo, I demoni di San Pietroburgo, era ispirato allo scrittore russo) chiuso e testardo, attraversato da dilemmi irresolubili.

La crisi dei ricchi non porta in scena tavole senza un piatto per la cena e suicidi causa mutui (che anzi Nicola e consorte vivono in una splendida villa sulle colline e si possono permettere ristoranti di lusso, e lui gira all’occorrenza con l’autista) ma non è meno crudele e straziante. E Montaldo sceglie di raccontarla virando ulteriormente al grigio una già grigissima Torino. Nicola potrebbe forse risolvere i problemi economici della sua azienda ingoiando l’orgoglio e chiedendo i soldi alla suocera danarosissima (ha un’azienda vinicola che evidentemente non conosce flessioni) e molto antipatica, o anche solo afferrando la mano che gli tende sua moglie Laura, con cui però le comunicazioni latitano facendo scricchiolare un matrimonio che si intuisce sia frutto per lo meno di passione.  E invece preferisce litigare con le banche, arrabbiarsi con i consulenti, fare discorsi convinti ma senza sostanza agli operai, arrabattare bluff improbabili, e nel frattempo cominciare a sospettare anche della consorte in una spirale di fraintendimenti (lei, dopo aver rimandato al mittente le avance dell’avvocato del marito, anche se corteggiata, e tentata, da un gentile posteggiatore rumeno, gli resta fedele pur tra le lacrime) che lo porterà a un gesto senza ritorno.

Anche se qualche volta cede ad un’impostazione televisiva (ma questo non va sempre inteso come l’insulto che si vorrebbe), L’industriale ha dalla sua un approccio non banale e le ottime interpretazione di Pierfrancesco Favino e di Carolina Crescentini (ma anche di molti personaggi di contorno, tra cui Francesco Scianna, avvocato con le mani in pasta). Montaldo non vuole dire l’ultima parola su come l’Italia possa affrontare la crisi economica: su questo ha le idee chiare, non c’è da nessuna parte una vera speranza. Ma la radice di questa situazione non è tanto nelle circostanze socio-economiche irreparabili, quanto nella prospettiva umana desolante che testimonia.

La parabola umana che il film intesse, pure con qualche fatica, è convincente e purtroppo drammaticamente vera. Nella sua testardaggine muta, nel pugno chiuso dell’uomo che resiste e non sa chiedere aiuto a nessuno, nelle menzogne e nella disperazione, nello sguardo teso e allucinato e nei sorrisi forzati di Nicola c’è tutta un’umanità che di fronte alla crisi non riesce ad aggrapparsi agli sprazzi di speranza e di luce che pure continua ad avere davanti agli occhi. Così si diventa violenti di fronte alla prospettiva (magari anche falsa) di perdere ciò che si ama e si resta nel grigio di una solitudine autoimposta in cui non ci può essere prospettiva di cambiamento.

Laura Cotta Ramosino