Discreto film per ragazzi, positivo ed ecologista. Ha dalla sua alcuni punti di forza: una storia vera davvero incredibile, esemplare e illuminante, un protagonista (il giovanissimo Nathan Gamble) molto efficace e verosimile, una buona resa visiva. La vicenda è facilmente intuibile: in una piccola località della Florida il giovanissimo Sawyer ha problemi a scuola, un padre lontano da tempo e una madre (Ashley Judd) molto ansiosa. La svolta avverrà sulla sabbia di una spiaggia quando il ragazzino soccorre un delfino femmina ferito in modo irreparabile a una pinna: i due si legheranno misteriosamente, il delfino troverà la forza di rimettersi in acqua seppur con una protesi preparata appositamente e il ragazzino, oltre all'amicizia con una coetanea, troverà maggior fiducia nei propri mezzi. Il film, diretto da Charles Martin Smith (Air Bud), ha una buona prima parte che ricorda tanto i film per ragazzini degli anni 80: la chiusura affettiva del protagonista, il rapporto contrastato con la madre sola, la solitudine nel mondo della scuola (ambiente negativo rappresentato da un docente che ha in mente tutto tranne che il benessere del figliolo). Poi il film, complice anche una sceneggiatura semplicistica, vira dal racconto discreto sul diventare grandi nella diversità al registro più patetico: ecco così troppe svolte che cercano la commozione a tutti i costi: il ritorno dal fronte di guerra del cugino, alcuni dialoghi stucchevoli tra i due ragazzini, il rischio che la clinica veterinaria in cui si trova Winter possa chiudere per mancanza di fondi fino a un finale segnato, come spesso capita in produzioni di questo tipo, da un discorso enfatico in cui si sintetizza la morale del film. Anche sul piano dei personaggi il film ha momenti di debolezza: se, come già detto il personaggio più centrato pare il ragazzino, i personaggi di contorno sono marginali e ingessati dai cliché, dal padre della ragazzina un po' ovvio al nonno, interpretato da Kris Kristofferson alle prese con un personaggio scritto male e ininfluente da un punto di vista narrativo. Il film è quindi molto prevedibile nello svolgimento e molto costruito nelle troppe svolte narrative: uno stile più sobrio e una sceneggiatura che avesse curato più i rapporti tra le persone e meno le svolte commoventi, avrebbe reso un servizio migliore alla causa, decisamente una buona causa. La commozione, quella vera, sta infatti tutta nelle sequenze sui titoli di coda e nei volti di veri bambini, menomati e sfortunati, tutti tesi ad ammirare le evoluzioni in acqua di un delfino che è riuscito, grazie a un rapporto di amicizia, a superare un grave handicap.,Simone Fortunato