Film magniloquente e ambizioso firmato da Steven Spielberg. Si riconoscono tutti gli elementi del cinema del grande regista americano: la confezione perfetta ed elegante, impreziosita in questo caso da una cura maniacale dei dettagli scenici. Le ambientazioni, i costumi e le scenografie, fondamentali per un film che si svolge per la quasi totalità in interni, sono degni di un capolavoro. E così anche il cast dove a rivaleggiare per la corona del più bravo sono due mostri sacri come Daniel Day-Lewis nei panni del Presidente e Tommy Lee Jones in quelli del Deputato Stevens. E accanto a loro in ruoli di seconda fascia ma necessari per la narrazione attori del calibro di David Strathairn (Seward), Sally Field (la First Lady), Joseph Gordon-Levitt (Robert Lincoln, il figlio del Hal Holbrook (Preston Blair). E ancora: Tim Blake Nelson, Jackie Earle Haley, James Spader. Tutti grandi attori prestati per la più grande sfida di sempre di Spielberg: raccontare la nascita di una Nazione e di quell’Emendamento, il XIII sull’uguaglianza davanti alla legge di cittadini bianchi e neri, che è sintesi di quel valore che sopra tutti è fondamento per gli Stati Uniti, la libertà.

Steven Spielberg non è nuovo nella realizzazione di film per così dire “fondativi”, o comunque di grande spessore civile e umano. Anzi la filmografia di quello che a ragione può essere considerato uno dei massimi registi viventi si divide in due tronconi ben differenziati. Da un lato il cinema di intrattenimento e di grande intelligenza: Lo squalo, Indiana Jones, E.T., Jurassic Park solo per citare i più celebri. Dall’altro i film di contenuto civile e morale: Il colore viola, Schindler’s List, Amistad; opere dalla parte dei deboli, degli oppressi e che hanno come denominatore comune la libertà di fronte a Dio, alle leggi e agli uomini. Lincoln rientra in questa categoria, ma è ancora più ambizioso perché non si tratta più di rievocare storie vere come quella di Oskar Schindler all’interno di un immaginario, come quello del Nazismo e dell’Olocausto, ben noto al pubblico, E neanche di raccontare una storia di libertà mescolando spunti di verità ed eroi immaginari come era Amistad. Qui la sfida è quella di prendere per mano lo spettatore e portarlo dentro i luoghi del Potere americano: la Casa Bianca, la Camera dei deputati. Ed è una sfida molto difficile perché significa trovare un equilibrio tra la verità storica e un minimo di divulgazione. Tony Kushner, già sceneggiatore per Spielberg per lo splendido Munich, mette a punta una sceneggiatura assai precisa e puntuale. Racconta, passo dopo passo, il tentativo messo in atto da Lincoln e, sotto traccia anche dal rivale Stevens, di “comprare” voti per far passare l’Emendamento, in una strategia politica in cui ha un ruolo importante anche la First Lady interpretata da una magnifica Sally Field, che definire machiavellica è forse poco.

Non solo: Kushner si dilunga anche nelle obiezioni politiche e giuridiche all’azzardo del Presidente che, invece di terminare prima una guerra fratricida che aveva già causato centinaia di migliaia di morti acconsentendo a ricevere una proposta di pace da parte sudista, forzò la mano sull’Emendamento contando anche sul fatto che gli Stati sudisti – che certamente avrebbero votato contro, essendo ancora in guerra – non avrebbero mai potuto votare. Una sceneggiatura complessa perché gli eventi erano complicati, ma solida e senza sbavature: ci si sofferma a lungo su aspetti giuridici (ad esempio le conseguenze giuridiche del non considerare Stato ma semplici Ribelli, gli Stati Confederati), si indaga a fondo sulle intenzioni di voto dei vari Deputati di parte democratica e repubblicana; si fa luce sul “fuoco amico”, l’opposizione interna dei Repubblicani conservatori assolutamente contrari alla parificazione di neri e bianchi davanti alla Legge. E ancora: le accuse dei Democratici a Lincoln, considerato tiranno e dittatoriale soprattutto nella gestione della guerra; i rapporti del Presidente con la moglie, con il figlio che vorrebbe partire a combattere e con il popolino che riceveva settimanalmente in udienza per dare consigli di natura giuridica.

Film ricchissimo di spunti e assai attuale proprio nel racconto di una politica fatta già allora di insulti e attacchi personali, compromessi difficili da digerire, tentazioni populiste ed episodi di corruzione, ha un punto debole e tanti aspetti positivi. Il punto debole è proprio la complessità di un film-saggio che lascia poco spazio al pathos e alla commozione. Al di là di un paio di momenti in cui la dimensione emozionale prende il sopravvento (il ritorno a casa di Tommy Lee Jones, i momenti in cui Lincoln si trova a visitare le truppe in guerra), il film è assai parlato e altrettanto tecnico e deluderà forse lo spettatore alla ricerca del biopic romanzato e ricco di azione, battaglie e figure eroiche. La guerra però c’è, la sua presenza incombe cupa su ogni scelta di un uomo apparentemente freddo come Lincoln, in realtà macerato da dubbi e dalla responsabilità dei tanti, troppi caduti. Così Lincoln è una straordinaria cronaca di un pezzo del mandato presidenziale di Lincoln, che -pur con un finale un po’ frettoloso – scava con profondità nella figura del Presidente, uomo e politico. E sposta l’obiettivo nelle pieghe della politica, contraddittoria e ambigua, a tratti persino comica. Una politica però, oltre il compromesso e oltre l’interesse privato, alla ricerca di un Bene più grande e più prezioso: la libertà.

Simone Fortunato