Ci si può appassionare a un documentario, fino a commuoversi? Sì, ci sono tanti ottimi esempi in merito (uno su tutti, Senna di Asif Kapadia, ma anche Sugar Man). Ma può un documentario sul cinema, o meglio su un critico cinematografico (il più grande, a detta di molti), superare la cerchia dei cinefili stretti (e per chi ama il cinema Life Itself è assolutamente godibile e imperdibile) e risultare coinvolgente anche per un “normale” spettatore? Sì, se narra la vita del più grande critico americano dei nostri tempi. Se narra, meglio ancora, la vita di un grande uomo: Roger Ebert, scomparso due anni fa. Sulla scia dell’autobiografia di Ebert (l’unico critico, in forza per decenni al Chicago Sun – Times, a vincere il prestigioso premio Pulitzer), il regista Steve James anni fa ha iniziato a preparare con lo stesso critico l’omonimo film in cui il grande Roger – consapevole che non avrebbe fatto in tempo a vederlo – si racconta e mette a nudo completamente, partendo dalla sua condizione di malato terminale. Lui, che divenne un volto pubblico popolarissimo negli Usa grazie a uno show televisivo celebre e amato, vide il suo volto devastato da un tumore (non parlava più, e nemmeno si nutriva normalmente, ma scrisse recensioni fino all’ultimo); in una lunga battaglia che condusse con coraggio e il consueto “sense of humour”. ,In Life Itself, chi non lo conosce scopre pian piano una figura gigantesca. Non solo un uomo che ha conosciuto e scandagliato il cinema come pochi, senza però farsi schiacciare – come tanti colleghi – dal cinismo del critico, appassionato ma sempre con un sano e ironico distacco («10.000 film visti: ricordo quelli che val la pena ricordare»). Ma anche un “divulgatore culturale” dotato di uno stile di scrittura elegante ma chiaro a tutti, con una capacità rara di leggere l’umano attraverso le opere sul grande schermo e senza alcuna forma di snobismo tipica dell’intellettuale colto (eppure pieno di difetti, come ogni personalità verace). Per lui il cinema era «una macchina per suscitare empatia», un’esperienza di bellezza cui voleva avvicinare più gente possibile: nei film, forte della sua educazione cattolica e di una sensibilità affinata dagli anni e dall’amicizia con tanti registi (molti dei quali aiutò a “crescere” artisticamente, da Malick – The Tree of Life era il film che considerava più rappresentativo della sua esperienza personale – a Scorsese e Herzog, senza peraltro lesinare loro sofferte reprimende quando serviva), cercava sprazzi di genialità, sincerità totale, vera umanità. E talento: quello che poteva spuntare a sorpresa anche nel film con minori ambizioni. Con grande anticonformismo e libertà, poteva esaltare un regista sconosciuto o un piccolo film sorprendente e criticare al tempo stesso un’opera un po’ deludente di un genio come Kubrick. Un uomo acuto e all’avanguardia (lui, che aveva sempre vissuto per la carta stampata, capì per primo le potenzialità dei new media), schietto ma anche narcisista e polemico, protagonista di una relazione conflittuale con il collega Gene Siskel fatta di odio e amore (più il primo che il secondo, ma con un affetto che verrà fuori alla distanza: «Gene è uno stronzo, ma è il mio stronzo») con cui divideva il programma tv e colpi bassi reciproci – perfino in diretta – ma anche una stima reale. Infine la parte più toccante, la sua storia d’amore imprevista per Chaz, giovane di colore che lui sposò a 50 anni: emozionato come un giovinetto ma consapevole di aver trovato finalmente la donna della sua vita a lungo attesa, che lo accompagnerà fedele in tutte le dolorose tappe di un destino di sofferenza mostrato senza falsi pudori e accettato fino all’ultimo, definitivo passo.,Antonio Autieri,