Maria è un’insegnante universitaria di scienze politiche sposata con Richard da vent’anni. Lei è una donna libera e indipendente anche sessualmente, e non si fa problemi a confessare il suo tradimento durante una normalissima serata in compagnia del marito. I due rompono, Maria decide di prendersi una pausa e di lasciare l’appartamento, per occupare però una camera dell’hotel di fronte a casa sua: da qui osserva attentamente tutti i movimenti di Richard, mentre i ricordi delle avventure vissute durante l’intera sua esistenza prendono letteralmente corpo e invadono la stanza.

C’è un ritmo sinceramente travolgente e leggero nella nuova commedia di Christophe Honorè, che in questo Hotel degli amori smarriti modula alla perfezione i tempi di una storia d’amore tormentata e ironica spalleggiato da un cast di ottimi attori e da un’atmosfera frizzante. Il volto di Chiara Mastroianni (vincitrice quest’anno a Cannes per la migliore interpretazione femminile) funziona alla perfezione nel ruolo della donna in carriera rivestita di cinismo e bisognosa di riscoprire la sua anima più tenera: è la sua interpretazione infatti a guidarci nell’avanzamento della storia e ad essere il perno attorno al quale tutto un universo di immaginazione e ricordi prende vita sullo schermo. Tutto il gioco di meta-narrazione prende però vita dalla logica dello sguardo, che è alla base dello spunto narrativo e rappresenta forse la parte più riuscita del film: dopo la rottura con Richard lo spazio ritagliato dalla finestra della camera d’albergo diventa letteralmente la cornice di uno schermo dal quale lei osserva il marito, disperato e incapace di spiegarsi il disastro coniugale dal quale è convinto non ci possa essere via di ritorno. Questa logica del guardare senza essere visti dà il via, nella mente della protagonista, a un processo di auto osservazione che scatena a sua volta il fluire dei ricordi, così che per la prima mezz’ora di film ogni livello di narrazione sembra incastrarsi alla perfezione all’interno del precedente. Il Richard giovane e affascinante della memoria di lei prende vita nel corpo del sempre bravissimo Vincent Lacoste, i due s’impegnano in una complessa analisi dei motivi del fallimento del matrimonio, mentre dalla stanza di fronte un Richard di mezza età (Benjamin Biolay) con meno aplomb e una buona dose di autocompatimento non sa darsi pace.

Personaggi dal passato, presente e (improbabile) futuro dei due coniugi prendono vita, interrogano e talvolta ironicamente si fanno interrogare attraverso situazioni spesso complesse e perfettamente gestite in spazi ridottissimi. Qualche problema di scrittura viene però a galla nel momento in cui la sorpresa generata da questo espediente inizia ad esaurirsi, provocando un rallentamento notevole nello scorrere della vicenda e una certa ripetitività dei dialoghi come delle scenette messe perfettamente appunto da una regia impeccabile. Se arrivati alla metà del film si può forse ancora essere divertiti da alcune battute icastiche sull’amore e sulle relazioni di coppia, la vena sentimentale che caratterizza la seconda parte della vicenda e poi il suo scioglimento è tutto sommato poco originale e finisce per trasformare quella verve iniziale in trito moralismo. Con stoccate sul perdono e sul valore del rispetto reciproco nella vita matrimoniale si fa presto a immaginare la direzione verso la quale il regista si sta muovendo, e alla fine anche l’intelligente riflessione sulla necessità di cambiamento che coinvolge ciascuno di noi all’interno e fuori dai rapporti famigliari viene sminuita dal ripetersi di momenti forzatamente concilianti; anche la conclusione segue, tutto sommato, un canovaccio già visto, lasciandoci un po’ con l’amaro in bocca rispetto a un prodotto così perfettamente confezionato da far domandare cosa abbia impedito agli autori di trovare un degno punto d’approdo per quello che aveva tutte le premesse per essere un piacevole cammino verso la realizzazione di un commedia davvero nuova.

M. Letizia Cilea