Nella Russia di oggi, nel nord del paese nella zona del mare di Barents, un uomo di nome Kolja vive con il figlio adolescente e la nuova compagna in una piccola casa, costruita su un terreno apparentemente senza valore. Ma Vadim, il sindaco della cittadina, ci ha messo gli occhi per una speculazione edilizia, e vuole convincere con le buone o con le cattive Kolja a cedere la terra e ad andarsene. Per l’uomo, che fa il meccanico ma ha un passato nell’esercito, non se ne parla: e più i soprusi e le minacce aumentano, più si rafforza la sua decisione di resistere. Con l’aiuto di un amico avvocato, che giunge appositamente da Mosca, mette in piedi una battaglia legale contro il sindaco. Ma il Potere non è solo quello del primo cittadino, corrotto: anche magistratura e clero ortodosso sanno bene da che parte stare.
A oltre dieci anni dal Leone d’oro con il bellissimo Il ritorno, e dopo un paio di film non usciti in Italia, il regista russo Andrey Zvyagintsev si fa notare con questo film premiato a Cannes 2014 per la miglior sceneggiatura. Premio opinabile – più che la struttura della storia, non bilanciatissima, colpiscono i valori formali: era più logico un premio al film o alla regia – ma che mette in luce un autore tra i più potenti a livello internazionale per scelte, contenuti, stile. Con echi biblici (Kolja è un novello Giobbe, e il mostro del titolo rappresenta il Potere come nell’opera di Hobbes), resi concreti dall’apparizione di un’enorme carcassa di balena spiaggiata sul mare, il regista ci porta nell’assurdità di una vicenda che diventa evidente allegoria del presente, di una Russia dove Potere, sopruso, violenza la fanno da padrona (e infatti il governo non solo non ha appoggiato, ma ha stigmatizzato i vari successi internazionali del film, che ha sfiorato l’Oscar per il miglior film straniero). Ma Zvyagintsev non è manicheo, e quindi anche Kolja non è certo uno stinco di santo, soprattutto nei rapporti con le persone attorno a lui (senza contare la dipendenza dall’alcol). E mentre i paesaggi pieni di desolazione sono evidente simbolo della solitudine umane, prevale anche nelle figure minori una rappresentazione cupa e pessimista della vita e dell’animo umano, tra scatti d’ira violenta, corruzione, comportamenti folli e irrazionali. E a pagarne il prezzo sono i più deboli ed esposti, destinati alla sconfitta.
Il limite del’opera è in un controllo così rigoroso della materia trattata da rischiare il confinamento nel “cinema da festival”, tanto apprezzato dai critici quanto poco commestibile per il pubblico. Ma Zvyagintsev, che porta avanti una tradizione di cinema russo con echi religiosi che la raffigurazione di una Chiesa ortodossa compromessa con il Potere non cancella, è sicuramente autore di grande spessore, che ha la capacità di rendere per immagini le inquietudini più profonde sottolineate da momenti di umorismo nero. Speriamo che trovi anche vie narrative più immediate perché il suo talento non sia riservato a pochi intenditori.

Antonio Autieri