Domenica era San Valentino anche alla Berlinale, anche se ovviamente la declinazione festivaliera di questa festività può essere molto particolare. Ad aprire la sezione concorso domenicale è stato infatti il portoghese Cartas da guerra di Ivo M. Ferriera, che è una trascrizione visiva e poetica delle lettere scritte dal giovane medico militare Antonio Lobo Antunes (pubblicate nel 2005). Antonio, imbarcato per la guerra in Angola nel 1971 scrive lettere piene di amore e passione alla moglie incinta che lo aspetta a casa; le descrive con accenti talora sognanti, talora terribilmente realistici, la durezza della vita militare, le contraddizioni del continente africano, i propri sentimenti di nostalgia e tristezza. Un film di guerra con una natura sua propria, che è una finestra aperta sui sentimenti di un giovane uomo per cui l’amore coniugale, fedele e appassionato, resta l’unica ancora di salvezza rispetto ad un mondo spesso privo di senso, come quando il giovane medico è costretto ad essere testimone del matrimonio tra un vecchio sessantenne e una ragazza poco più che bambina.
Più disturbante l’altro film in concorso, il tedesco 24 Wochen, che segue la vicenda di una stand up comedian che scopre di aspettare un bambino con la sindrome di down. Inizialmente lei e il compagno decidono di continuare la gravidanza (in Germania la legge permette di abortire bambini con disabilità fino al termine della gravidanza), ma quando i medici scoprono che il bambino ha anche problemi al cuore che dovrebbero essere affrontati con una o più operazioni appena dopo la nascita, la donna inizia ad avere dubbi e alla fine decide di abortire, cosciente che la sua decisione, in quanto personaggio pubblico, sarà sotto gli occhi di tutti. Il film giunge a mostrare tutta la procedura abortiva (che avviene uccidendo il bambino nel grembo con una iniezione per poi farli partorire morti), finanche il “commiato” dal piccolo che avviene alla fine da parte dei genitori.
L’effetto, nonostante l’evidente intenzione della regista di mantenere una prospettiva “neutrale”, è particolarmente disturbante ma non riesce a raggiungere la drammaticità autentica di un film che gli potrebbe semplicisticamente essere accostato come 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (il film del rumeno Cristian Mungiu che vinse a Cannes nel 2007). Sarà la mancanza di empatia della protagonista, una donna cui non manca niente e la cui decisione finale (che è solo sua, senza che il compagno possa avere parola in proposito) sembra dettata da un sentimento così arbitrario da risultare respingente. O sarà il fatto che la pellicola non riesce ad andare oltre l’approfondimento del dibattito da talk show, in ogni modo non sembra che una pellicola come questa possa davvero diventare un caso su cui discutere un argomento così delicato.
All’amore, secondo il suo regista, l’iraniano Reza Dormishian, ha dedicato Lantouri, presentato nella sezione Panorama, che racconta con uno stile pseudo-documentaristico e un’attitudine di forte critica sociale una love story che si trasforma in tragedia. Maryam, una giornalista impegnata nella promozione dei diritti umani (e in particolare nel tentativo di persuadere le famiglie di vittime di omicidi e violenza a rinunciare alla legge del taglione ancora prevista in Iran), entra in contatto con il capo di una gang che concepisce una passione malata per lei: l’uomo, quando viene respinto, la sfigura gettandole dell’acido in volto. A questo punto è la stessa Maryam a sperimentare sulla propria pelle la tentazione di rendere occhio per occhio. Il tentativo del film di mescolare cronaca, critica sociale, realismo e approfondimento inizialmente straniante poco a poco fa penetrare nei meandri di una società complessa, che mescola una forma di diritto arcaico e privato con la modernità, in cui i più giovani si agitano per ritagliarsi un posto o almeno una voce in una società fortemente tradizionalista. Un film sperimentale e molto autocosciente che è anche un viaggio in un mondo che nelle cronache è troppo spesso ridotto a pochi elementi che rischiano di diventare cliché e per cui il cinema (basti pensare al bellissimo Taxi Teheran che ha vinto proprio a Berlino l’anno scorso) è un elemento di esplorazione rivoluzionario.

Laura Cotta Ramosino