Sono tante le pellicole che hanno animato il sabato berlinese, con il festival che ha ormai scaldato i motori. Oltre qualche inevitabile delusione (A quiet passion, dedicato alla poetessa Emily Dickinson si rivela la peggior specie di biopic, noiosissimo, un po’ ideologico e con una protagonista, Cinthia Nixon, decisamente troppo vecchia per la parte), ci sono film che sorprendono. È il caso di Junction 48, collaborazione tra il regista israeliano Udì Aloni (che a Berlino era già stato con Forgiveness una decina di anni fa) e il rapper palestinese Tamer Nafar, che è anche il protagonista di una storia che, pur totalmente immersa nella realtà difficile del Medio Oriente e delle battaglie, fisiche e ideologiche, tra israeliani e palestinesi, per i toni e il ritmo potrebbe tranquillamente svolgersi in uno dei ghetti americani dove il rapper è nato.
È forse proprio questa capacità di entrare nei personaggi, di farli vivere in tante dimensioni che trascendono la semplice appartenenza etnica e nazionale, che rende il film così interessante e vitale. Una storia drammatica ma che non manca di romanticismo e soprattutto un benvenuto umorismo e ironia rispetto a situazioni che hanno dell’assurdo (la casa dell’amico del protagonista viene abbattuta per far posto a un museo della coesistenza, privando la sua famiglia di un posto dove vivere…).
Sabato è stato anche il giorno del documentario italiano Fuocoammare, con cui Guanfranco Rosi affronta di petto la questione così urgente (vedi le polemiche un po’ sopra le righe che hanno coinvolto George Clooney) dei rifugiati, con una panoramica su Lampedusa che accosta in modo sorprendentemente equilibrato ed efficace le vicende di un dodicenne locale con gli arrivi dal mare.
Lontano dalle parabole moralistiche (rischio corso da Crialese qualche anno fa con Terraferma), Rosi riesce comunque a svegliare la coscienza dello spettatore, pigra proprio forse come l’occhio che il ragazzino deve imparare a usare.
In concorso c’era anche Mahana, l’ultima fatica di Lee Tamahori (di lui ricordiamo l’ottimo Once we were warriors e poi una manciata di film d’azione hollywoodiani) ambientata nella Nuova Zelanda del secondo dopoguerra e basata sul romanzo più personale di Witi Ihimaera, l’autore che ha ispirato anche quel piccolo capolavoro che fu La ragazza delle balene. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un racconto di formazione: quello del giovane Simeon, che deve confrontarsi l’autorità del nonno, un austero patriarca maori che regge la sua famiglia con il pugno di ferro. Simeon, che legge moltissimo e va al cinema (i riferimenti ai western sono moltissimi, dalle citazioni esplicite al modo in cui Tamahori ha girato la pellicola sfruttando al meglio gli spazi del suo paese), saprà farsi valere fino ad affrontare anche la faida che divide da oltre quarant’anni la sua famiglia da quella del clan rivale Poata. Il film di Tamahori non teme di spingere il pedale di sentimenti forti, ma lo fa con l’andamento di un classico d’altri tempi, lasciando sullo sfondo, ma facendo emergere acutamente, la situazione di discriminazione che i pur integrati maori vivono nella Nuova Zelanda dell’epoca.
Bel ritratto di donna in L’Avenir, in cui Isabelle Huppert si cala nei panni di un’insegnante di filosofia alle prese con una madre ipocondriaca e depressa e un marito fedifrago che la pianterà in asso… C’è allora da ricostruirsi una vita, riscoprendo i rapporti – a volte anche esigenti – con un ex alunno geniale e anarcoide, da trovare la forza di piangere e soffrire senza perdere la propria identità riscoprendo di fronte alla morte la domanda di Pascal al Mistero che si riveli…
In chiusura di giornata ritorna l’impegno civile con Shepherds and Butchers, cronaca minuta del processo a una giovanissima guardia carceraria accusata di aver ucciso a sangue freddo 7 uomini di colore. Siamo nel Sud Africa del 1987, quando le esecuzioni capitali furono oltre 160 in un anno e l’avvocato portato sullo schermo da Steve Coogan (bravo anche se non sempre appassionante) vuole dimostrare che il quotidiano lavoro nel braccio della morte è stata la vera causa scatenante di quegli omicidi senza senso. Un “legal” senza troppe sorprese, ben intenzionato e ben recitato che forse avrebbe meritato qualche guizzo in più per andare oltre il compito ben eseguito. Chiude il sipario quotidiano, ma resta l’attesa del capolavoro che ancora non si è visto.

Laura Cotta Ramosino