Il primo giorno della Berlinale è stato tutto dedicato al film di apertura, l’ultima fatica dei fratelli Coen, Hail Caesar! (in Italia uscirà come Ave, Cesare!), omaggio ironico alla Hollywood che fu. Con un cast di grandi stelle, primo tra tutti George Clooney che, durante una conferenza stampa prevalentemente goliardica e spassosa, finisce per polemizzare con una giornalista troppo insistente nel reclamare interventi pubblici da parte degli attori famosi di fronte alla crisi dei rifugiati.
Fatta salva la piccola polemica, è l’occasione, per l’attore, ma anche per i registi, di dire la loro sul ruolo che il cinema (e l’arte in generale, anche se il cinema, pure quello dei festival, deve fare i conti con un sistema produttivo) può e deve svolgere di fronte ai drammi dell’attualità. Si tratta ora dei rifugiati, ma in passato è stato altro e non è una questione ovvia né peregrina su cui riflettere quando in questo stesso periodo a Hollywood infuria la polemica sul fatto che gli Oscar non si siano fatti carico di sostenere maggiormente la “diversità” , candidando, se non premiando, più attori di colore. Una polemica che, silenziosa, resta sospesa da qualche parte anche alla rassegna berlinese e che tocca un nervo scoperto anche nel cinema nostrano, sospeso tra furori ideologici e stupore di fronte ai risultati al botteghino di film apparentemente molto meno impegnati.
Ma già al secondo giorno Berlino si riempie di pellicole e c’è solo l’imbarazzo della scelta, anche semplicemente tenendo d’occhio le due sezioni principali, Concorso e Panorama (dove in genere trovano casa le pellicole più di genere, oltre che registi meno consolidati).
È qui infatti che si trova la terza fatica del regista di Calvario John Michael McDonagh: War on everyone, un adrenalinico omaggio ai film anni Settanta, tra poliziotti corrotti che bevono troppo ma discutono con la moglie di Simone de Beauvoir, aristocratici inglesi che decapitano gli spioni con una spada dell’Ottocento, delinquenti convertiti all’Islam e viaggi lampo in Islanda. Il tutto sullo sfondo del New Mexico che già ci aveva abituato a parabole strabordanti con il televisivo Breaking Bad. Non ci si deve aspettare qui la stessa profondità della precedente fatica del regista inglese, ma certo un bel po’ di fuochi d’artificio e di divertimento in uno spirito non troppo lontano da quello di un certo Elmore Leonard.
Altro ritorno, questa volta in concorso, quello di Jeff Nichols (suoi Take Shelter e Mud) con un film di fantascienza atipico, Midnight Special, che riecheggia classici come Starman, E.T, e Incontri ravvicinati del terzo tipo, con un piglio indipendente che però non tradisce quel senso di mistero e meraviglia che ha affascinato da sempre il regista. In questa pellicola, come ha dichiarato lui stesso in conferenza stampa, l’elemento ispiratore è stata però la nascita di suo figlio e la consapevolezza improvvisa di avere davanti qualcuno a cui avrebbe voluto bene tutta la vita, ma il cui destino non era nel suo controllo. Quello dell’amore materno e paterno (complementari a suo dire) è il filo conduttore di un film sorretto da grandi interpretazioni: oltre al solito geniale bambino che solo i casting anglosassoni sanno scovare, ci sono Michael Shannon, Kirsten Dunst, Joel Edgerton e un Adam Driver più a suo agio come agente governativo che come super cattivo di Star Wars.
Nella prima giornata merita una menzione anche l’argentino El rey del Once di Daniel Burman, racconto del rientro nel natio quartiere ebraico di Buenos Aires (l’Once del titolo) di un uomo che gradualmente recupera il proprio posto a casa sua, attraverso il confronto con un padre che sembra essere l’unico capace di risolvere tutti i problemi del quartiere. Il film fa rivivere un mondo di rapporti stretti e complicati, di tradizioni religiose, di legami sociali che sembrano contraddire la spietatezza dell’economia contemporanea, di vite interconnesse e fieramente uniche.
Insomma, facendo il callo alle inevitabili fregature che ogni Festival regala (spesso nascoste dietro legioni di critiche osannanti), quest’anno Berlino è iniziato proprio bene…

Laura Cotta Ramosino