È stata una Berlinale, la 67ª edizione del Festival internazionale del cinema (9 – 19 febbraio 2017), forse senza il grande capolavoro che resterà nella storia del cinema, ma ricca di spunti e sicuramente “impegnata” sul fronte delle varie tematiche politiche. Fin dalla conferenza stampa di apertura della giuria, passando per le pellicole del concorso e non solo, capaci di toccare gli snodi più delicati della contemporaneità (dall’emergenza rifugiati all’ecologia, passando per i meandri complessi e a volte malati delle relazioni umane) con originalità e partecipazione.

La distribuzione dei premi della giuria principale riflette forse lo stesso desiderio di uno sguardo ampio sulla realtà e sulla cinematografia, anche se indubbiamente è evidente una preferenza per la produzione europea che ha dimostrato indubbiamente una vitalità e un talento nel raccontare storie personali e universali al tempo stesso.

È il caso del meritatissimo Orso d’Oro andato all’ungherese On Body and Soul di cui abbiamo parlato nella prima “lettera da Berlino”. Una storia d’amore atipica, sospesa tra dramma e commedia, che con delicatezza e sensibilità tratteggia le difficoltà e il rischio che il rapporto con l’Altro implicano non solo per i suoi insoliti protagonisti, ma per ogni essere umano. La pellicola di Ildikó Enyedi, forse la nostra preferita di questa Berlinale, ha vinto anche il premio della Giuria Ecumenica e quello della Federazione internazionale della stampa cinematografica (Fipresci).

L’Orso d’Argento va a Felicité del franco-senegalese Alain Gomis, una pellicola che vive soprattutto del carisma della sua interprete principale (l’esordiente Véro Tshanda Beya), che, a suon di musica e con la forza del suo spirito e della sua voce, conduce il pubblico in una vicenda di miseria (ma anche di speranza) nei sobborghi di Kinshasa.

Ci fa piacere anche il premio speciale («per un film che apre nuove prospettive», così recita la motivazione della giuria) attribuito a Spoor di Agnieszka Holland, un film non perfetto, ma acuto nel disegnare i suoi personaggi (che tradiscono, se così si può dire, potenzialità da serie televisiva…) e soprattutto capace di trascendere il discorso ecologista tanto di moda per aprirsi a tematiche umane, sociali e politiche più ambiziose e urgenti.

Il premio per la regia lo porta a casa il polemico finlandese Aki Kaurismaki (che alla cerimonia di premiazione ha rumoreggiato insoddisfatto) che con il suo The other side of Hope tocca il tema dei rifugiati scegliendo la via del surreale, ma senza rinunciare a raccontare le contraddizioni di Paesi (la sua Finlandia, ma non solo…) in cui accoglienza e burocrazia, intolleranza e generosità convivono in un precario equilibrio. Ci convincono meno i due premi per le interpretazioni, alla coreana Kim Minhee per On the Beach at Night Alone e al tedesco Georg Friedrich per Helle Nächte. Due ruoli e forse anche due attori tutto sommato non indimenticabili…

Meritato, e al contempo anche in un certo senso prevedibile vista la tematica toccata, anche il premio per la miglior sceneggiatura a Una mujer fantástica di Sebastián Lelio, storia dell’elaborazione di un lutto da parte della transessuale Marina alle prese, in un Cile tutto sommato moderno e tollerante, con la famiglia del suo amante defunto.

Premio tecnico per il montaggio infine ad Ana Bunesku per Ana, mon amour di Călin Peter Netzer, un dramma sentimentale del regista che vinse a Berlino nel 2013 con Il caso Kerenes.

Ora non resta che aspettare per poter vedere nelle nostre sale almeno alcuni dei film premiati. Il Leone d’Oro ha già una distribuzione, così come Kaurismaki. Speriamo che anche gli altri, tra un blockbuster e una commedia nostrana, trovino la strada per gli schermi italiani…

 

Laura Cotta Ramosino