Quando L’eterna illusione uscì nel lontano 1938 fu un grande successo: ricevette sette nomination all’oscar (vincendone due, miglior film e regia), lanciò il trentenne James Stewart nell’Olimpo delle star di Hollywood e consacrò ulteriormente Capra come regista di riferimento della sua generazione. A vederlo ora, dopo settanta anni, non ha perso niente del suo fascino. È sbalorditiva l’abilità di Capra nel gestire un set che sembra sempre ad un passo dal caos ma dove in realtà tutto è calibrato al millimetro. Nella scena magistrale che precede l’arrivo dei Kirby in casa Sycamore troviamo raccolti in salotto e composti in un unica inquadratura un uomo che suona lo xilofono, un vecchio con le stampelle che gioca a freccette, un russo che impartisce lezioni di ballo alla sua allieva in tutù, una pittrice che sta ritraendo il suo attempato modello in posa da discobolo sopra una cassa di esplosivo, un cameriere di colore che apparecchia la tavola e un corvo che lo osserva. Manca solo la promessa sposa, che farà il suo trionfale ingresso scivolando lungo la ringhiera delle scale proprio quando gli schizzinosi suoceri stanno entrando dalla porta. Ma oltre all’indiscutibile abilità tecnica di Capra, il film mette in scena alcune delle tematiche più importanti e ricorrenti del suo cinema: non solo la critica dell’avidità, di una vita scioccamente spesa per accumulare quei soldi che tanto “non ti puoi portare appresso” (come recita il titolo originale), ma soprattutto il trionfo dello stile di vita del nonno con il suo invito a “non avere paura di niente, a vivere con semplicità” e a credere anche in quell’impossibile che, infatti, puntualmente accade. Ed è questa grande speranza la lezione più importante che Tony e Alice, in procinto di fondare una nuova famiglia, imparano da tutta l’ingarbugliata vicenda. Una speranza che, dalla famiglia, può irraggiarsi a contagiare tutta la società.