C’è un impeto diverso dal solito in questo film nato dalla collaborazione di texani e messicani, abitanti di zone marginali e terre di confine. Un film trascorso largamente inosservato nelle nostre sale e smaccatamente scavalcato negli incassi dal suo alter-ego de-genere: l’iper-trendy “Brockeback Mountain”. Forse – chissà – perché ingiustamente scambiato per il contraltare virile e muscoloso – va da sé anche antico, tradizionalista, repubblicano, superato ed etero – di quel film correttissimo e privo di secondi fini che è il film di Ang Lee; o forse – più probabile – a causa della produzione più povera, che non ha potuto far altro che rimanere a guardare, mentre nell’Occidente (=West) si dibatteva la spinosa questione se tra i due cow-boy “che non andavano a pescare” fosse vero amore o meno. Un fatto è certo: che due uscite così ravvicinate (anticipate dal solito antipatico profeta Tarantino, con il suo Kill Bill Vol. II) rimangono comunque un’eccezione per un “genere”, come quello cowboy, che manifestava tutti i sintomi di un logoramento definitivo, e rispetto al quale i rari nuovi titoli non sembravano mai all’altezza dei vecchi; se si eccettuano i due post-western di Clint Eastwood (Gli Spietati) e Jim Jarmush (Dead Man). ,Ciò che ha mosso il regista Tommy Lee Jones e lo sceneggiatore Guillermo Arriaga (“Amores Perros”, “21 grammi”) a cimentarsi in un’impresa quantomeno audace è stata la convinzione di poter dire la loro a proposito di quello che secoli fa è stato definito il “genere perfetto”. ,“Il termine western assume dei connotati, quando va bene, di genere. Sennò ti capita che queste storie vengano percepite come avventure da saloon con ubriaconi che sparano casaccio. Ma io penso che il West si possa raccontare come la Grecia antica o l’Inghilterra elisabettiana”. Con poche lapidarie parole, che suonano al contempo minacciose e programmatiche, Tommy Lee Jones (sembra di vederlo sulla veranda del suo ranch con la sigaretta in bocca che guarda il tramonto) non fa altro che recuperare un senso profondo che è sempre appartenuto al western ma che negli ultimi tempi è stato spesso misconosciuto. E se il vecchio Tommy parla così – un po’ in fretta perché è texano – è uno che sa quello che dice, con quella laurea in letteratura inglese, conseguita con tanto di lode ad Harvard. Un intellettuale in Stetson, insomma, dai lineamenti ruvidi e dai gusti raffinati: “Credo che attraverso questo film si possano percepire anche i miei gusti letterari, comprendere la mia formazione”; c’è infatti molto dell’immaginario del celebrato romanziere Cormac McCarthy (anche lui texano e un po’ misantropo) nella sceneggiatura di Arriaga: il senso di una terra di confine e di un viaggio che la attraversa, il road movie a cavallo fatto di imponenti paesaggi e di incontri destinati a cambiare il corso di una vita.,La prima cosa che colpisce è la presenza costante del cadavere del buon Melquiades. La salma e le tre sepolture del titolo, alludono certamente alla “riesumazione” del genere Western, ma al contempo quel corpo inanimato funge anche da continuo “memento” per lo spettatore: introduce una condizione storica e temporale definitiva e irreversibile: quella della morte. Mentre il passato continua ad interferire con le vite dei personaggi, ed ha un suo peso e una sua visibilità a tratti grottesca nel volto tumefatto di Melquiades, il futuro rimane sospeso come in un sogno fumoso: è una località che nessuno conosce su una cartina disegnata male. E’ la fine di un viaggio che non è detto possa finire. C’è una cecità tenebrosa costantemente evocata nel film, da cui sembrano provenire tutte le cose, e verso cui tutte le cose sembrano ritornare. Il presente, stretto tra due mostri ugualmente pericolosi (come Ulisse tra Scilla e Cariddi), diventa luogo di una “visione eroica” e di una breve luminosità, la stessa che è definitivamente negata al vecchio cieco che attende la morte – ma sa di essere fuori dal tempo. Se il presente viene dalla notte e va verso la notte, ogni parola deve essere pronunciata come se fosse l’ultima e ogni gesto assume significato da quel suo trovarsi in prossimità di un confine che è temporale oltre che spaziale.,Eliseo Boldrin,…e un'ulteriore aggiunta…,Bastano grandi spazi e cappelli a larghe tese a fare un western? In realtà, per periodo storico, tema, personaggi e costumi “Le tre sepolture” ha molto poco del film di questo genere, a parte forse gli ampi panorami e il fatto che i protagonisti per una buona parte del film si muovano a cavallo. È comunque vero che si ritrova in quest’opera moderna di Tommy Lee Jones, ambientata tra gli immigrati clandestini che cercano dal Messico una nuova vita nel Texas, un respiro che sa di altri tempi; reminescenze di Sam Peckinpah forse, nella durezza delle scorze, ma anche John Ford per una umanità che la dura scorza non riesce a trattenere, e come questi due contrasti si fondano si vede stupendamente nel liberatorio ultimo pianto di Barry Pepper, che da pavido e arrogante racchiuso in una divisa, spogliato da essa diventa un uomo capace di chiedere perdono. La storia dei due uomini e del cadavere da riportare nella sua terra è uno scabro ed essenziale percorso espiatorio, fatto di solitudine, sudore e fatica, e che ha come “guida spirituale” un mandriano dalle mani pesanti e il grilletto facile. Costellato di incontri significativi e rivelatori (e come non paragonarlo all’altro viaggio di un uomo col cappello a larghe tese in cerca di perdono: “Una storia vera”?) “Le tre sepolture” richiama a pochi ed essenziali temi perenni: la vita, la morte, la colpa, la pena (ma anche l’amore), usando un linguaggio fatto di poche parole, alcuni volti e molte immagini. Come il cinema (e grazie ancora a Tommy Lee Jones) dovrebbe sempre fare. ,Beppe Musicco,