Mediocre horror diretto dal regista del già non eccelso Quarantena 2, John Pogue che qui anche nelle vesti di sceneggiatore assieme a Craing Rosenberg (The Uninvited) e Oren Moverman (Oltre le regole, Rampart) lavora sul già noto e ampiamente sfruttato. Alla base un episodio di cronaca, il cosiddetto Philip Experiment, l'esperimento negli anni 70 di un gruppo di studiosi canadesi convinti che si potesse creare forze paranormali attraverso lo sforzo mentale congiunto. Nell'ispirarsi a questa “storia vera”, Pogue e compagni prendono solo l'ambientazione – gli anni 70, peraltro ben rappresentati da una buona messinscena – e gli aspetti più folkloristici: i riti di evocazione della creatura su tutti. Il resto è un mix di banalità ed elementi già sfruttati nel cinema horror recente, come la trovata di una soggettiva interna con uno dei personaggi a far da regista in campo che riprende, con mano insicura, i particolari inquietanti della storia. Insomma, ritorna il caro e vecchio Paranomal Activity e il suo finto realismo, le inquadrature fisse, il montaggio che diventa sempre meno significativo per far crescere tensione e paura. Una scelta facile e furba: si fa vedere poco, perché con la scusa del realismo si riprende male. Ne consegue però una vistosa approssimazione in sede di sceneggiatura e regia e un risparmio, non sempre funzionale, sugli effetti. È un impoverimento dell'horror che – va ricordato anche a chi lo ritiene un genere di serie b – è un sempre stato un terreno assai scivoloso e complicato per un regista che ha dovuto ricorrere a tutta la propria capacità registica per far fronte a ristrettezze di budget, attori un po' cani, storie risapute per realizzare qualcosa di interessante. In questo caso, anche sui personaggi in gioco sono molte le perplessità: Jared Harris, nei panni del medico un po' pazzo e vagamente Frankenstein che gioca col cervello e le paure degli altri, ha a che fare con un personaggio che non brilla per originalità ma porta a casa la pagnotta da caratterista in gamba qual è; meno bene il cast più giovane. Olivia Cooke, interprete di Jane, la ragazza che fa da cavia per l'esperimento sembra una brutta copia della Christina Ricci di tanti film de Il mistero di Sleepy Hollow mentre gli altri tre (la coppia di fidanzati assistenti del professore e il regista) incidono poco in una vicenda che sin dalle prime scene imbocca la strada dell'horror paranormale senza poter però sfoggiare trovate registiche forti o caratterizzazioni efficaci.,Simone Fortunato,